Abbandonato a se stesso, senza mezzi e personale, il luogo che custodisce la storia della Serenissima; 15 milioni di volumi, 78 km di scaffali «Adso, sbrigati, dobbiamo fuggire, porta via tutti i volumi che puoi!». Qualcuno dice di avere sentito questa frase l'estate scorsa, proprio da Guglielmo da Baskerville in persona. E di averla colta, concitata, in calle drio l'Archivio, alle spalle, appunto, del gigantesco convento dei Frari, a Venezia. Non quindi nell'abbazia del Nome della Rosa, come ci si potrebbe aspettare dalla presenza dei personaggi di Eco. Eppure Adso, il novizio, era spronato dal suo maestro Guglielmo proprio come nel romanzo, quando la follia oscurantista del dotto monaco Jorge da Burgps incendiò l'inestimabile biblioteca. Il pericolo, la scorsa estate, non erano però le fiamme devastataci. Guglielmo e Adso, fossero stati reali, ci avrebbero avvertito di un'altra, meno romanzesca insidia. Per uno dei più importanti archivi di Stato del mondo erano finiti i soldi della manutenzione ordinaria. Tanto che non c'erano neppure gli euro per eseguire lo spurgo dei pozzi neri. Ora non sappiamo se i 15 milioni di volumi rischiassero di essere trascinati via da un'onda di piena di liquami. Sappiamo però che il peggior nemico dell'istituzione ai Frari, il suo monaco vendicatore, il suo Jorge l'incendiario, è lo Stato italiano. Altrimenti lo Stato, per un Archivio che custodisce tutta la storia della Serenissima, non permetterebbe che su un organico di 127 dipendenti ne mancassero 62. Altrimenti lo Stato, per un luogo che ospita più di cento studiosi al giorno da tutto il Pianeta, non permetterebbe che su 27 archivisti, ce ne siano solo 10, e neppure a tempo pieno. Altrimenti non permetterebbe che i 368 ambienti dell'immenso edificio, con 78 chilometri di scaffali di pergamene e documenti dal valore neppure lontanamente calcolabile, fosse conservato con 120 mila euro all'anno. Proprio così, non un centesimo in più per la gestione ordinaria, tra cui i pozzi neri. Quando cinque anni fa si faceva fatica con 250.000. Lo Stato italiano, per un bene incomparabile, ha deciso di dimezzare il già insufficiente budget. Pensare che l'archivio, in quanto tale, funziona. Almeno finora. Il personale ha una dedizione da pasdaran della conservazione, una Compagnia della Pergamena che lotta contro il Male dei tagli burocratico-amministrativi. Nel 2003 le presenze giornaliere degli studiosi, italiani e stranieri, sono state 20.120. Gli addetti hanno movimentato 54.366 volte i pesanti registri per permettere la consultazione in sala lettura. Tutto gratis, perché un Archivio, a differenza di un museo, non può far quadrare i conti con l'emissione di un biglietto. Altrimenti, quale studente riuscirebbe mai a laurearsi, se dovesse consultare 100 volte i documenti? È gratuito per definizione, quasi un dovere costituzionale. Basta seguire un dipendente per osservare l'infinita fuga delle antiche volte a croce che contengono miliardi di incartamenti. Ci sono l'archivio "Secreto", i catasti, le relazioni degli ambasciatori della Repubblica. «In pratica è l'archivio del Mediterraneo», racconta. Mentre scendiamo le scale un corrimano cade fragorosamente: «Ecco la mancanza di soldi». Eppure, ci dicono, gli altri archivi del Veneto sono messi anche peggio. Qui sono arrivati i soldi, tanti, dei fondi del Lotto. Sono serviti per restauri e impianti antincendio. Se no tutto sarebbe stato come il refettorio invernale dei frati, ancora inutilizzabile e fuori norma. Ma per le 1017 finestre e per l'ettaro su cui si estende il tetto, nulla. Il Gazzettino aveva denunciato lo scandalo della mancata classificazione tra il "Patrimonio dell'umanità" Unesco dei beni documentali veneziani. Lo Stato italiano, teme in un'interrogazione scritta al Ministro il senatore Ugo Bergamo, rischia di fare peggio, declassando l'Archivio, togliendolo da istituzione di "prima fascia". Con il timore che arrivino ancora meno soldi.