Sarà pronto per il 2013, parola del sindaco Moratti. E sarà bellissimo. Il progetto definitivo del Mac (Museo d'arte contemporanea) firmato da Daniel Libeskind a City Life mozza il fiato. Cinque piani concepiti come la tolda di una nave con elementi che coinvolgono la sezione aurea leonardesca. Al Mac si potrà arrivare , grazie alla nuova linea 5 della metropolitana, senza l'automobile. Un edificio che si annuncia di grande impatto emozionale, in grado di rivaleggiare in Europa con l'astronave di Frank Gehry a Bilbao. Un museo che mancava a Milano: anima meneghina, stile newyorkese. Il Comune dopo attenta valutazione sulle difficoltà di gestione incontrate da strutture di grandi dimensioni, si è risolto per un più funzionale edificio di media grandezza. Cosa conterrà il Mac? Chi lo dirigerà? Con quali strategie? Per ora le indicazioni sono poche. Si sa che nelle sue sale troveranno spazio molte opere della collezione privata di Claudia Gian Ferrari. E che contatti sono stati avviati con Acacia (Associazione amici arte contemporanea) al pari di gallerie e istituzioni milanesi. Per la direzione, la transizione potrebbe essere gestita da Marina Pugliese, giovane e brillante responsabile del Museo del Novecento. O forse il nuovo direttore uscirà da un concorso. Certamente le sinergie andranno messe a punto al più presto. Un Museo d'arte contemporanea è un impegno complicato. Per tante ragioni. Necessita di collezioni permanenti che cadenzino la storia: i Fontana, i Lichtenstein, i Pollock, i Cattelan. Ma deve anche indagare i nuovi talenti, le nuove tendenze. Un Museo d'arte contemporanea deve poter investire «al buio», perché quella contemporanea è un'arte spesso incerta e in divenire, fatta di pittura, di fotografia, di scultura, di installazioni, di grafica, di performance. A New York, come a Parigi, a Londra come a Berlino. Arte moderna significa anche spazi da reperire. Il Mac avrà un suo «giardino delle sculture» di 1.400 metri quadri, parzialmente coperti. Ma più in generale sarà Milano tutta a doversi aprire all'arte contemporanea, senza censure e senza mugugni. Il Mac dovrà essere il motore di una nuova stagione, in una città che dovrà provare a rinverdire la vitalità degli anni Settanta. A Milano serve un Frank O'Hara, il poeta che cantò la stagione della Scuola di New York. Ma a Milano serve soprattutto un Leo Castelli, il geniale gallerista inventore del «mercato» newyorkese. Castelli che convinse il dubbioso direttore del Moma, Alfred Barr, e il recalcitrante consiglio d'amministrazione di quel museo ad impegnarsi sulle opere degli allora semisconosciuti Robert Rauschenberg e Jasper Johns. Un museo che da solo è un'opera d'arte (e il Mac lo è) rappresenta una grande opzione. Al pari delle opere esposte. La differenza la fanno, tuttavia, il contesto, il «clima» di una città. E il clima Io fanno gli uomini, gli artisti in questo caso. Da sostenere, incoraggiare, tollerare. Per decenni Milano ha costretto all'esilio alcuni dei suoi migliori talenti. Ora, grazie al Mac ha l'opportunità di rimediare.
Milano. Il museo più difficile
Il sindaco di Milano, Moratti, annuncia che il Museo d'arte contemporanea (Mac) sarà pronto per il 2013 e sarà "bellissimo". Il progetto, firmato da Daniel Libeskind, prevede un edificio di cinque piani con elementi che coinvolgono la sezione aurea leonardesca. Il Mac si potrà raggiungere senza l'automobile, grazie alla nuova linea 5 della metropolitana. Il museo sarà gestito da una direzione che potrebbe essere composta da Marina Pugliese o provenire da un concorso. Il Mac dovrà contenere collezioni permanenti di arte contemporanea, come quelle di Claudia Gian Ferrari, e investire in nuovi talenti e tendenze. Il museo avrà un giardino delle sculture di 1.
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