L'incuria delle istituzioni, e una lunga storia di finanziamenti perduti e interventi dissennati. Cronache da Agrigento, la città che cade a pezzi. Dove l'ultimo palazzo è venuto giù i125 aprile E' panico ad Agrigento. La città del sacco edilizio che travolse il centro storico con la frana del luglio del 1966, torna ad avere paura. E questa volta non c'entra l'abusivismo, ma piuttosto l'incuria dei poteri pubblici ed una lunga storia di finanziamenti perduti, di piani particolareggiati mai realizzati, di interventi dissennati. Adesso che gli strumenti piazzati dai tecnici della protezione civile segnalano ampie fenditure, crepe, cedimenti della collina su cui gli Arabi costruirono la città medievale e i palazzi crollano, si cerca di correre ai ripari. Ma al momento nessuno sa davvero cosa fare per fermare le frane. Gli specialisti della protezione civile e i docenti universitari non nascondono la propria impotenza, neppure nei convegni a cui partecipano numerosi. Nell'ultimo incontro sul tema della salvaguardia della Cattedrale e della riqualificazione del centro storico della Città dei Templi, organizzato dai parlamentari nazionali e regionali del partito democratico, hanno detto con estrema chiarezza che «nessuno sa come è fatto il sottosuolo di Agrigento e pertanto tutti gli interventi, per mettere in sicurezza la Cattedrale, costati diversi milioni di euro, sono stati del tutto inutili». Occorre ricominciare daccapo ed è stato avviato di recente un nuovo costoso monitoraggio. Il sottosuolo agrigentino è attraversato da una rete di ipogei, cavità sotterranee realizzati sin dai tempi della dominazione greca per usi irrigui e militari. L'ultimo palazzo che è crollato stava proprio sopra uno di questi ipogei, pieni di detriti e di acqua. Si tratta del palazzo Lojacono, un piccolo gioiello del barocco siciliano, bene monumentale protetto dalla sovrintendenza. All'alba del 25 aprile si è sbriciolato. L'ex deputato regionale verde, oggi coordinatore provinciale di Sel, l'agrigentino Lillo Miccichè, già nel 2008 denunciò lo stato di abbandono del palazzo Lojacono e raccontò dei finanziamenti ottenuti e persi per l'incapacità del Comune di utilizzare il progetto di restauro (che pure c'era ed era stato pagato nel 1996 con 80 milioni di lire), di espropriare il bene e di fare il bando di gara. Finalmente un anno fa vennero operati degli interventi e fu necessario ordinare ad una decina di famiglie di sgombrare le abitazioni vicine. Dopo un mese dall'inizio dei lavori arrivò l'ordinanza del sindaco Marco Zambuto: «Potete tornare nelle vostre case, non c'è più alcun pericolo». All'alba del 25 aprile scorso un boato ha svegliato centinaia di residenti: il Palazzo Lojacono era crollato. Hanno aspettato il sindaco per strada e appena è arrivato l'hanno duramente contestato. Il palazzo non era stato messo in sicurezza, come credevano tutti in città. «Non avevamo i soldi - si è giustificato il sindaco - Con soli 150 mila euro potevamo fare solo un intervento provvisionale». E subito dopo è andato a Palermo, dal governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, per chiedere i finanziamenti necessari a mettere in sicurezza le case del centro storico. «Nessuno mi ha mai parlato del palazzo Lojacono e della necessità di finanziarne il restauro», ha rimbeccato Lombardo. Poi ha promesso un milione di euro al giovane sindaco della Città dei Templi. Ma Marco Zambuto, che di milioni ne aveva chiesti quattro, è deluso. Vorrebbe, il sindaco, il rifinanziamento di una legge regionale varata nel 1976, che Agrigento perse perché l'amministrazione democristiana non presentò in tempo i progetti, mandando in fumo venticinque miliardi di allora. E Zambuto chiede anche una legge speciale per Agrigento. «Di leggi speciali in Italia ne sono state fatte solo due in cinquant'anni, per Venezia e per lo sfollamento dei Sassi di Matera», gli hanno risposto a Roma. Il prossimo 4 maggio tornerà nel centro storico il ministro della Giustizia, l'agrigentino Angelino Alfano, e sarà accompagnato dal ministro Stefania Prestigiacomo. «Un altro tour nel centro storico», comincia già a dire la gente. «Non abbiamo bisogno dell'ennesima inutile passerella di ministri e sottosegretari», tuona il segretario del circolo locale del Pd, Epifanio Bellini. «È necessario che venga nominata immediatamente una commissione tecnica straordinaria sul centro storico formata da componenti dell'ufficio tecnico comunale e dai tecnici della protezione civile, Provinciale e Regionale, una commissione che monitori quotidianamente i palazzi ritenuti cadenti e pericolosi e che si occupi della messa in sicurezza dei quartieri più a rischio», dice il dirigente del Pd. Ormai non c'è giorno durante il quale qualcuno che abita in qualche vicolo del centro storico non telefoni ai vigili urbani o ai vigili del fuoco perché si è aperta una piccola crepa nel muro di casa o semplicemente si è sentito uno scricchiolio. I primi a prendere sul serio queste segnalazioni sono i tecnici della protezione civile regionale che hanno presentato e si accingono a realizzare una via di fuga dal centro storico. E fuggire di propria volontà o perché costretti da un'ordinanza di sgombero è sorte che accomuna sempre più numerosi i residenti di questa parte della città. Lo scorso anno si è concluso con il crollo di una palazzina e la fuga precipitosa di decine di extracomunitari che stipavano le case adiacenti. Ma solo dopo il recente crollo del Palazzo Lojacono la Procura ha aperto un'inchiesta, anche su sollecitazione di una decina di famiglie che hanno dovuto abbandonare le due palazzine investite in pieno dalle macerie. Attraverso il loro legale hanno fatto sapere che accusano il Comune di gravissime responsabilità. Ma la gente ha la memoria lunga anche ad Agrigento: per la frana del 1966 nessuno pagò. Vennero tutti assolti. Gli unici a pagare furono quei tremila senza tetto che vennero trasferiti nel quartiere ghetto di Villaseta, in palazzine divenute ormai fatiscenti, privi di servizi e piene di giovani disoccupati. La frana di Agrigento continua, insieme alle impunità.