Il grande storico dell'arte ha esaltato il '600 italiano Il lascito alla National di Londra «a patto che l'ingresso resti sempre gratuito» L'8 novembre avrebbe compiuto 100 anni; era tra i massimi storici dell'arte al mondo: ha scoperto quattro Caravaggio, e a lui il Seicento italiano deve il ruolo che occupa, dopo un secolo d'ostracismo. Possedeva una collezione del tutto invidiabile: 76 opere frutto di oculati acquisti, a prezzi ridicoli, dal 1934 a mezzo secolo fa; e l'ha tutta lasciata ai musei: la maggior parte alla National Gallery di Londra, di cui era stato anche trustee, ma sette tele (Domenichino, Guido Reni, Annibale Carracci e Guercino, un «amore» lungo 75 anni: dalla tesi di laurea ad Oxford) alla Pinacoteca di Bologna, dove aveva studiato, e organizzato mostre famose. Il mondo della cultura piange Sir Denis Mahon, una persona unica e inimitabile. Da sempre, a Roma, Parigi, o Bologna, voleva la stessa camera, e nel medesimo albergo; non ha mai indossato che un doppiopetto gessato, fumo (ovviamente) di Londra, tutti cuciti a Savile Row; e, più per vezzo che per bisogno, da decenni usava un bastone. Aveva casa a Chelsea, dove se n'è andato: ingombra di libri, e fino a pochi anni fa, quadri; possedeva 50 disegni di Guercino: «Solo perché, allora, costava meno comperarli, che farli fotografare». Aveva il dono dell'umorismo: ricordava il primo Caravaggio da lui scoperto come «la mia sola attribuzione fatta con i piedi sollevati da terra». Erano gli Anni 50: nell'ufficio del sindaco di Roma, una tela in terz'ordine quasi lambiva il soffitto; a Carlo Pietrangeli, l'allora sovraintendente comunale, chiede una scala, un po' d'acqua, un batuffolo di bambagia; monta, bagna quel quadro, e sancisce: «E' il San Giovannino» (infatti: è ai Musei Capitolini). Quando trova la seconda edizione del «Suonatore di liuto», che oggi è al Metropolitan, Daniel Wildenstein, che la possedeva, chiede come potrebbe sdebitarsi: ne accetta un assegno di 500 mila dollari, ma intestato al direttore della National di Londra «per restaurare i cartoni degli affreschi dei Carracci, di Palazzo Farnese». Quando restituisce il nome di Caravaggio alla Vocazione di Pietro e Andrea delle collezioni reali inglesi, che s'era perduto nei secoli, chiede e ottiene che la Regina Elisabetta da prima volta lo mostri dove è stato eseguito», cioè a Roma. A Fort Worth in Texas, ha trovato I Bari, già dei Barberini. Una volta, salimmo sui ponteggi di restauro della Volta della Cappella Sistina; appena sbucato dall'ascensore, due metri sotto i dipinti, era felice: «Oh, che bello ritrovarsi tra vecchi amici». La Sapienza l'aveva giustamente insignito di una laurea honoris causa. Della sua collezione raccontava: «Ho comperato Il ratto di Europa di Guido Reni, spendendo ciò che oggi sarebbero 130 euro: ma solo perché un antiquario voleva la cornice, e per questo rilanciava i prezzi dell'asta». Da piccolo, andava per musei con il padre, e facevano il gioco d'identificare i dipinti da lontano: «Mi riusciva bene». E' solo grazie a lui che, nel 1957, la National di Londra ha acquistato il primo quadro italiano del Seicento: era un Guido Reni; fino ad allora, su quel periodo gravava la «scomunica» di John Ruskin: «Io la spuntai per un solo voto, e mi aiutò anche Henry Moore»; e il nostro Paese concedeva quelle opere in prestito anche ad uffici militari, o all'estero. Smette di comperare perché i quadri rivalutati proprio da lui «ormai costavano troppo». Nel 1953, ha speso il massimo della sua vita: «Quasi duemila sterline per la Presentazione di Gesù al tempio, di Guercino; per 15 anni era sopra il suo letto: ma assai più a lungo è stata sopra il mio», rideva; oggi è alla National di Londra. Sir Denis ha lasciato scritto che se vi sarà imposta una tassa d'ingresso (è gratuita, quanto il British), i suoi quadri saranno ritirati, e destinati altrove. Perché amava tanto l'arte, la storia e le storie, da volere che tutti vi si possano accostare. Ogni volta, davanti a Palazzo Barberini, ricordava d'avervi ritrovato, abbandonato in una soffitta, Giacobbe benedice i figli di Giuseppe, di Guercino, «il mio secondo acquisto»: stava ancora studiando, e non avrebbe mai smesso. Che gli sia lieve la terra: è l'ultimo inchino, sir Denis.