Maria Cleme Bartesaghi SFL Group - Member of Carnelutti Group Le Pmi e i bonus fiscali della cultura L'equazione «no profit eguale perdita», basata su una terminologia fuorviante, è completamente errata. Anzi, il settore no profit può e deve produrre profitti, non intascabili ma destinati ad un meccanismo di autofinanziamento e crescita. E anche le Pmi possono partecipare, in collaborazione con gli enti locali e della collettività. Costante di ogni percorso dell'impresa verso la cultura è sempre la doppia anima della prima: centro per la creazione di profitto e micro comunità saldata ad un territorio: l'una ha bisogno dell'altra. Il profitto, che l'impresa ha l'obbligo di perseguire, è raggiungibile anche attraverso gli investimenti in cultura: l'antinomia è pura apparenza. Molte grandi imprese italiane hanno fotografato questo legame, testimoniando la loro storia in musei di impresa o archivi; tra le tante: Ferragamo, Alessi, Peroni, Martini Rossi, Richard Ginori, Perugina, Barilla. Altre hanno optato per una testimonianza meno personalistica, segnata da una più forte compenetrazione con la vocazione imprenditoriale del territorio: possiamo citare il Museo dell'Olivo Fratelli Carli a Imperia; i musei dell'Olivo e dell'Olio nonché del Vino, della Fondazione Lungarotti a Torgiano; la Zucchi Collection, che contiene una imponente raccolta di stampi d'epoca per tessuti. Ad un livello ancora più profondo hanno agito le società che hanno dato vita a musei apparentemente slegati dalla storia dell'impresa o del prodotto, ma dedicati a un fondatore: lo spazio espositivo della Fondazione Piera, Pietro e Giovanna Ferrero, in Alba; luogo di importanti eventi culturali, come la recente mostra dedicata a Morandi, è a fianco dell'azienda omonima. Costituita ad Alba nel 1983 per volontà di Michele Ferrero, opera su tre fronti: cultura, attività sociali e impegno verso i giovani. In tutti i gradi di compenetrazione considerati, dal livello più percepibile dell'autocelebrazione sino a quello più sofisticato dell'investimento commemorativo di un fondatore, l'impresa che investe in cultura intende definire un'immagine destinata a riflettersi comunque sul mercato. Perché il sinallagma regga, i "contraenti" non devono subire perdite. Il rimedio equilibratore è la possibilità di recuperare l'investimento. L'impresa forte e autonoma troverà un naturale connubio con la fondazione: struttura a comando monodirezionale, tutela l'investitore unico, che può mantenere saldamente il controllo dell'operazione; vincolo di destinazione permanente del patrimonio, garantisce l'intangibilità dei beni conferiti; last but not least, i flussi di finanziamento dalla società alla fondazione fruiscono del trattamento fiscale privilegiato riservato al settore no profit L'investimento non è in perdita. La grande impresa mantiene la testimonianza della propria immagine, alimentando al tempo stesso uno strumento di marketing e comunicazione. Per la piccola impresa un analogo processo deve strutturarsi in forme giuridiche diverse. Il modello associativo è consono alla sinergia di più risorse che non riescono ad affermarsi in modo singolo. Anche in questo caso l'ente è senza scopo di lucro, con i vantaggi fiscali per gli investitori e il patrimonio vincolato, a garanzia dei conferenti. La governance è però fondata su un modello pluralistico che permette, attraverso l'organo assembleare, la formazione di una volontà decisionale con metodo collegiale. Il meccanismo è improntato ad una maggiore democraticità e si presta alla collazione di risorse sempre nuove: è aperto verso l'esterno. Le Pmi che vogliono testimoniare la loro vocazione industriale di matrice artigianale sul territorio, possono unire le risorse e trovare la collaborazione degli enti locali o della collettività. L'autonomia statutaria, limitata da pochi ed essenziali princìpi inderogabili, consente di modulare poteri e obblighi, garantendo la governabilità della struttura e la sopravvivenza finanziaria: l'equazione "no profit eguale perdita", basata su una terminologia fuorviante, è completamente errata. Il settore no profit può e deve produrre profitti, non intascabili ma destinati ad un meccanismo di autofinanziamento e crescita. L'idea è brillantemente confluita nell'Enoteca regionale del Barolo. Nel consiglio di amministrazione, presieduto da un produttore vinicolo, siedono sindaci e delegati dei comuni produttori, della Camera di commercio, del Consorzio Tutela Barolo e Barbaresco, delle province e della Regione Piemonte. Il modello associativo è presente anche nelle cooperazioni tra pubblico e privato. Molte leggi regionali hanno introdotto il concetto di "sistema museale associativo", e alcune regioni (Toscana, Veneto, Marche) hanno schedato anche i soggetti non istituzionali (imprese, associazioni, cooperative) coinvolti nella realizzazione dei sistemi o reti museali. Il richiamo alle associazioni e alle fondazioni - che dovranno essere dotate di personalità giuridica - non è causale e non è dettato solo dallo scopo di utilizzare uno strumento più consono all'azione in campo culturale; consente infatti il godimento dei benefici fiscali previsti dal Tuir (articolo 100, c. 2 lettera m) . Sottovalutata nel dibattito a volte sterile e ripetitivo sull'assenza dello Stato nel sostegno dei privati che investono in cultura, la nonna consente alle imprese (in qualsiasi forma costituite) di dedurre senza limite alcuno, dal reddito di impresa, le erogazioni liberali in denaro per iniziative di interesse culturale. Destinatari possono essere anche fondazioni e associazioni, purché legalmente riconosciute; il vincolo di destinazione è parametrato allo svolgimento dei compiti istituzionali e alla realizzazione di programmi nel settore dei beni culturali e dello spettacolo. Un decreto del Mibac individua periodicamente soggetti e categorie che possono essere beneficiari delle erogazioni. La scorsa estate (circolare n. 266 de1151uglio 2010) il ministero ha diramato gli esiti - sconsolanti - dell'applicazione dell'articolo 100 Tuir per il 2009, nettamente sottoutilizzato e in calo rispetto al 2008: solo 22,5 milioni di euro rispetto al plafond globale di deducibilità utilizzabile (139,4 milioni di euro, oltre i quali ogni beneficiario avrebbe dovuto restituire il 37 della somma ricevuta). La quota più alta (10, 6 milioni di euro) è stata non a caso investita in Lombardia, regione con spiccata e storica vocazione imprenditoriale. In Lazio, due milioni su un totale di 4,4 sono stati versati da Sorgente Sgr spa (risparmio gestito) alla Fondazione Sorgente Group - Istituzione per l'Arte e la Cultura: dalla teoria alla pratica. Per le imprese investire in cultura non è solo doveroso, ma producente e possibile, nonché - grazie all'intervento statale - anche vantaggioso.
L'impresa non sa quanto il fisco ama la cultura
L'articolo sostiene che il settore no profit può produrre profitti, non intascabili ma destinati ad un meccanismo di autofinanziamento e crescita. Le PMI possono partecipare in collaborazione con gli enti locali e della collettività. L'equazione "no profit eguale perdita" è errata. Le imprese che investono in cultura intendono definire un'immagine destinata a riflettersi comunque sul mercato. Il modello associativo è consono alla sinergia di più risorse che non riescono ad affermarsi in modo singolo. Le PMI possono unire le risorse e trovare la collaborazione degli enti locali o della collettività.
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