Ci hanno messo anni Jason Felch e Ralph Frammolino per scrivere la storia della Venere di Morgantina, una inchiesta giornalistica ai confini del giallo sul capolavoro al centro di una lunga controversia legale tra l'Italia e il museo Getty di Los Angeles. Nel 2007 la firma dell'accordo che ha riportato poche settimane fa la statua in Sicilia, dove verrà esposta a partire dal 17 maggio prossimo nel museo archeologico di Aidone, in provincia di Enna. Chasing Aphrodite, a caccia di Afrodite, il libro scritto dai due giornalisti americani finali- sti del premio Pulitzer in uscita tra pochi giorni per Houghton Mifflin Harcourt, è un viaggio nel tempo e una denuncia contro il traffico internazionale di opere d'arte che ha coinvolto tante istituzioni culturali autorevoli in tutto il mondo. Con Frammolino e Felch abbiamo parlato in anteprima di diplomazia culturale, dei rapporti tra Italia e Stati Uniti, delle nuove piste del traffico d'arte, del ritorno della Venere in Sicilia e di un governo, il nostro, che affronta con le forbici la spesa per la cultura. Il vostro libro, prima ancora che una statua, racconta tante persone. I protagonisti di una caccia durata tanti anni, tra musei ed esperti d'arte, tombaroli e magistrati, istituzioni e milionari, tutti stregati dal fascino della Venere. Ralph Frammolino: È così. Abbiamo usato il titolo "A caccia di Afrodite" in senso letterale e simbolico a un tempo. Il Getty ha dato la caccia alla statua, indebolendo la sua politica sulle acquisizioni per comprare un oggetto sospetto. E il governo italiano ha passato i 25 anni seguenti a caccia della Venere fra ricerche, tribunali, analisi scientifiche. Ma "A caccia di Afrodite" è anche una metafora di come tutti sembrino innamorarsi e desiderare l'antica arte greca e romana. Una brama legata alla storia, al suo fascino, al suo potenziale economico. La stagione della diplomazia culturale ha consentito il rientro in Italia di molti capolavori e segnato un punto di svolta a livello internazionale nella lotta contro il traffico d'arte. Una vittoria una volta per tutte? Jason Felch: Da noi lo scandalo sul traffico illecito di arte antica ha lasciato un segno profondo. I nostri musei hanno cambiato le loro procedure di acquisto e cominciato a concentrarsi piuttosto sulla collaborazione e i prestiti. La loro reputazione ne ha sofferto in modo enorme. Ma è improbabile che ciò risolva il problema del traffico. Collezionisti e musei in altri paesi hanno mostrato un interesse crescente nell'arte antica. La richiesta di pezzi trafugati si è spostata, ma non è scomparsa. RF: Già, sfortunatamente, nessuno può dirlo una volta per tutte. Se le notizie che vengono dall'Egitto ci dicono qualcosa, i collezionisti privati stanno riempiendo il vuoto lasciato dai musei. Anche Internet sta portando il gioco del gatto con il topo a un nuovo livello. Il governo giordano, assieme al Getty, ha appena varato un nuovo database che consente di mappare i siti archeologici del paese. Ma la rete sta anche rendendo più facile per tombaroli e trafficanti senza scrupoli vendere arte trafugata in maniera più rapida ed anonima. Nei suoi momenti più aspri, il confronto tra i nostri Beni culturali e il Getty è stato anche un contrasto tra Italia e Stati Uniti. Si è mai arrivati a un punto di rottura? JF: Sì, penso che all'apice della controversia il confronto culturale sia tracimato in una tensione più generale tra l'Italia e gli Stati Uniti. Il Getty ha pensato anche di rivolgersi a personalità politiche italiane di spicco per perorare la sua causa. Abbiamo visto l'ambasciatore americano a Roma intervenire personalmente nel negoziato. Ma anche in Italia la questione ha avuto vari risvolti di politica domestica, che talvolta hanno reso più difficile l'accordo. I vari cambi di governo da voi hanno generato poi una varietà di posizioni che ha confuso il Getty durante la trattativa. Non si capiva con chi si doveva negoziare. RF: I musei americani adesso sono molto più attenti al patrimonio culturale italiano. Nel contempo l'Italia ha ammesso le sue responsabilità in questo mercato illecito: è stata troppo permissiva per anni con i tombaroli e troppo gelosa dei tesori che stanno nei suoi musei o giacciono nei depositi. Oggi invece il vostro paese dà in prestiti di lungo termine capolavori pregiati ai musei stranieri, rendendo così possibile a milioni di persone di apprezzare il vostro ricco patrimonio culturale. Ho sentito che da voi ci sarebbe la volontà di tagliare ancora sulla tutela culturale per risolvere i vostri problemi di bilancio. Sarebbe un errore, specialmente adesso che l'Italia, in questo settore, è diventata un modello per gli altri paesi. Paradossale, no? Qualcuno, intanto, polemizza sulla sede che accoglierà la Venere, la cittadina di Aidone, in provincia di Enna. Cosa ne pensate voi di questo brusco passaggio dal fasto del Getty alla più remota madrepatria della statua in Sicilia? RF: Provo sentimenti contrastanti. Secondo me la Venere doveva tornare a casa sua. Eppure, resta un sapore agrodolce per questo ritorno ad Aidone. In California la statua occupava un posto d'onore al Getty. Centinaia di migliaia di visitatori non solo da Los Angeles, ma da tutto il mondo potevano vederla, studiarla, lasciarsi ispirare dalle balze della sua veste o dal movimento del busto. In Sicilia sarà in un posto molto più piccolo e remoto rispetto a Los Angeles. Una volta che l'eccitazione iniziale sarà calata, meno persone verranno a visitarla, riducendone così l'importanza e l'impatto nel mondo. Spero che la dea porti fortuna dal punto di vista economico ad Aidone, ma forse le attese sono troppo alte anche per questa opera d'arte, per quanto magnifica. Avete lavorato per anni su questa storia, da Los Angeles e in giro per il mondo. Come pensate ne sia uscita l'Italia da questa stagione di rimpatri artistici? RF: Da figlio di immigrati abruzzesi, ero piuttosto curioso sulla professionalità delle istituzioni italiane in questa partita. Il luogo comune presso l'élite culturale americana voleva che il traffico di opere d'arte avesse prosperato grazie alla corruzione nel vostro paese. Così l'asticella delle mie aspettative in questa storia era piuttosto bassa. E ti sei confermato in questa impressione? RF: No, ho riscontrato l'esatto contrario. Dall'allora ministro Francesco Rutelli al magistrato Paolo Ferri, dagli archeologi come Daniela Rizzo agli investigatori del Nucleo tutela patrimonio, sono state tante le persone che hanno protetto il vostro patrimonio culturale con disinteresse ed efficacia. L'Italia si è comportata bene e con coraggio. Parlano i risultati.