È morto ieri a Firenze Luciano Bellosi, uno dei più grandi storici dell'arte ita-liani degli ultimi decenni. Aveva soltanto 74 anni. Lascia un grande vuoto in coloro che hanno conosciuto quell'uomo mite e gentile, e un grande vuoto nel mondo della storia dell'arte. Il suo lavoro, dedicato principalmente agli ultimi secoli del Medioevo e al Rinascimento, è stato un modello di concreta conoscenza delle opere d'arte e di ampiezza di prospettiva storica, tanto più esemplari in anni di sbandamento della disciplina, così come del 'sistema dell'arte' (le mostre, il mercato, la politica dei beni culturali). Aveva studiato a Firenze con Roberto Longhi, legandosi molto presto in fraterna amicizia a Giovanni Previtali, intellettuale militante, storico dell'arte marxista, lui che pure aveva una visione tanto meno politica del mestiere dello storico dell'arte. La fedeltà al maestro Longhi sarebbe stata per Bellosi la fedeltà di una vita, nella pratica del 'conoscitore d'arte' e nell'esercizio della lettura stilistica dell'opera d'arte. Si è trattato comunque della fedeltà di un allievo eterodosso: uno studioso capace di ampliare gli strumenti dello storico dell'arte in direzioni impensabili per Longhi, dall'intuizione che l'analisi del costume e della moda prontamente riflessi nelle opere d'arte del Trecento e del Quattrocento avrebbero potuto chiarire la datazione di molte opere non documentate, allo studio di dettagli iconografici (l'immagine di San Francesco d'Assisi con o senza la barba) in grado di rivelare il retroterra ideologico che portò a promuovere immagini diversificate del santo. Bellosi iniziò la sua carriera presso la Soprintendenza alle Gallerie di Firenze, dirigendo i musei di San Marco e dell'Accademia. In seguito, dal 1979, passò a in-segnare Storia dell'arte medievale all'Università di Siena, chiamatovi appunto da Previtali. Assieme a Fiorella Sricchia e a Giuliano Briganti, i due riuscirono a fon-dare una vera e propria 'scuola senese' di storia dell'arte, nel nome della filologia, della critica e della storia, che ha avuto un posto ben riconoscibile nel panorama nazionale degli studi. Gli anni settanta e ottanta sono quelli in cui videro la luce alcuni dei suoi studi più innovativi e memorabili. In primo luogo il libro su Buffal-macco e il Trionfo della Morte, pubblicato da Einaudi nel 1974 e che gli valse il pre-mio Viareggio, ormai un classico della storiografia italiana del dopoguerra, nel quale con un geniale colpo da maestro Bellosi fu in grado di risolvere l'enigma posto da un ciclo di affreschi come quello del Camposanto di Pisa e a dare carne e sangue al pittore Buffalmacco, figura ormai sfuocata nella leggenda dopo la trasfi-gurazione letteraria che ne avevano fatto Boccaccio e Franco Sacchetti col suo Tre-centonovelle. Assieme agli studi sulla rinascita della terracotta a Firenze nel primo Quattrocento e al ruolo che ebbero in questa riscoperta Donatello e Brunelleschi (un filone di ricerca che è continuato fino ad oggi), la maggiore attenzione di Bellosi fu tuttavia conquistata dal problema dibattuttissimo di Giotto e della decorazione della basilica superiore di San Francesco ad Assisi. Con il volume La pecora di Giotto, pubblicato ancora da Einaudi nel 1985, si aprì un nuovo modo di guardare alla falsa questione del primato di Roma oppure di Firenze nella grande mutazione della pittura italiana a fine Duecento, che ha fatto scuola almeno per quanto riguarda il ruolo centrale che ebbe proprio la decorazione della basilica di San Francesco (dagli inizi ad opera di un gruppo di maestri inglesi, fino all'intervento di Cimabue, dei pittori romani e infine di Giotto stesso) per l'elaborazione di una nuova concezione della pittura e per la sua capillare propa-gazione in tutta Italia. Bellosi ricostruiva questo scenario a date diverse rispetto a quanto la tradizione aveva consegnato. Ha continuato a lavorare su questi temi fino all'ultimo, tra l'altro pubblicando nel 1998 una monumentale monografia su Cimabue, e avendo anche la soddisfazione di veder venire alla luce delle scoperte documentarie che hanno confermato molte delle sue intuizioni. Ai suoi studenti senesi ha consegnato non solo un metodo rigoroso e razionale, ma anche la convizione della dignità della divulgazione scientifica, dando degli esempi luminosi quale il libretto su Giotto pubblicato a Firenze dalla Scala e tradotto in una miriade di lingue, nonché un'idea molto precisa di come debbano essere concepite le mostre d'arte. Ne sono esempio quelle da lui stesso organizzate, come quella a Casa Buonarroti a Firenze nel 1990 intitolata Pittura di luce. Giovanni di Francesco e l'arte fiorentina di metà Quattrocento, con la quale la storia della pittura rinascimentale fiorentina veniva riletta, quasi a mente vergine, individuando lo sviluppo di una linea alternativa rispetto a Masaccio, a Filippo Lippi, al Pollaiolo, tutta giocata sui valori di colore e di luce e che avrebbe trovato uno sviluppo soprattutto fuori Firenze, nell'opera di Piero della Francesca. Oppure la mostra più recente cui abbia lavorato, quella che Siena ha dedicato a Duccio nel 2003: una capillare ricostruzione storica dell'attività e del contesto in cui operò il grande pittore, entro la quale il visitatore era guidato per mano da una serie di frasi sulle pareti delle sale che Luciano Bellosi stesso aveva scritto, mostrando la sua concretezza di storico, la capacità di parlare a tutti e assieme la sua tenera vena poetica. Roberto Bartalini
Luciano Bellosi in memoriam: Arte, storia, rigore. L'Allievo-Maestro
Luciano Bellosi, uno storico dell'arte italiano, è morto a 74 anni a Firenze. Era noto per la sua conoscenza approfondita degli ultimi secoli del Medioevo e del Rinascimento. Ha studiato con Roberto Longhi e Giovanni Previtali, con cui ha condiviso una visione storica marxista. Bellosi ha iniziato la sua carriera presso la Soprintendenza alle Gallerie di Firenze e successivamente ha insegnato Storia dell'arte medievale all'Università di Siena. Ha pubblicato numerosi studi su artisti come Giotto, Cimabue e Duccio, e ha fondato una "scuola senese" di storia dell'arte.
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