Non è il primo caso e c'è da temere che non sarà neanche l'ultimo. Ci riferiamo al crollo che stavolta ha interessato la basilica di San Paolo Maggiore a piazza San Gaetano nel pieno di quell'autentica miniera d'arte che è il centro storico di Napoli. La testa di un angioletto che adornava una delle cappelle è irrimediabilmente precipitata al suolo. C'è solo da augurarsi che rimanga intatto almeno il resto della figura. All'osservatore distratto l'episodio potrebbe apparire insignificante. Al contrario, esso è grave sia per il fatto in sé sia perché è emblematico di un'autentica devastazione della quale il patrimonio artistico-monumentale di Napoli è, e non da oggi, vittima. Tra l'altro, siamo a pochi giorni di distanza dalla denuncia del sovrintendente Gizzi il quale, proprio prima di Pasqua, aveva denunciato la precarietà di molti dei fabbricati che insistono nel centro storico. A dire il vero, Gizzi si riferiva non solo alle chiese, alle quali istintivamente si pensa, ma anche a quei fabbricati privati che, pure, hanno una particolare rilevanza storica in quanto documento della Napoli che fu. Un centinaio di questi presenta addirittura problemi di ordine statico con tutti i rischi connessi per l'incolumità pubblica e privata. La conclusione era, nonostante l'impegno profuso da quella sovrintendenza, sconsolata e sconsolante: la mancanza di fondi pregiudica anche la possibilità di interventi in danno dei proprietari. Stando così le cose, si potrebbero fare tre ordini di considerazioni. Il primo riguarda la moltiplicazione e, quindi, la frammentazione delle competenze. Volendo circoscrivere il ragionamento alle sole chiese, va detto - ciò che sfugge a molti - che non tutte, anzi solo una parte limitata, sono proprietà, come si suol dire, della Curia. Molte, infatti, appartengono al Comune, altre al Demanio, altre ancora al cosiddetto Fec che è la sigla di Fondo edifici per il culto. Per i non addetti ai lavori, l'amministrazione del Fec è affidata al Ministero dell'Interno che la esercita, in sede locale, per il tramite delle prefetture. In definitiva, la molteplicità delle competenze costituisce un difficoltà in più in quanto, in assenza di una volontà politica determinata e tenace, pregiudica la formulazione di un piano organico, coerente e sistematico di interventi di recupero. Dopo di che, si aggiunga la carenza dei fondi denunciata da Gizzi e il quadro è completo. In realtà qui il discorso è di carattere più generale. La verità è che in Italia si ha molta difficoltà ad investire in cultura. Si ha la sensazione che si tratti quasi di un accessorio rispetto ad altre voci di spesa che in sede politica appaiono prioritarie. Questo lo sanno bene gli operatori della scuola ma non solo loro. Si dimentica così che anche la manutenzione del patrimonio artistico è parte integrante, ed alimento stesso, della cultura di un popolo. A Napoli, poi, la situazione diventa francamente insopportabile. Perché non è chi non veda quale volano di sviluppo - e di ricchezza - potrebbe essere quel vero tesoro che è il patrimonio artistico che abbiamo, senza merito, ereditato e che al ceto politico-amministrativo spetterebbe solo di mantenere in condizioni almeno di decoro. Detto a chiare lettere, venire meno a questo impegno significa produrre un danno in più ad una città che di danni ne ha già subiti abbastanza. In effetti, siamo in una di quelle situazioni nelle quali è necessario, come dire, inventarsi qualcosa ed avere il coraggio di ragionare fuori degli schemi. Sotto questo aspetto è interessante l'iniziativa della Curia di favorire in alcune chiese, non adibite a finalità di culto, qualificate iniziative di carattere culturale ed, ovviamente, compatibili con la specifica fisionomia dell'edificio. L'idea è che l'unico modo per evitare il degrado di un bene è utilizzarlo nel modo giusto. Per rendere meglio l'idea, un esempio, del quale si è già ampiamente occupata la stampa, è dato dalla chiesa detta della Pietrasanta, anch'essa sita nel centro storico. Qui un'intesa con alcuni giovani e seri imprenditori garantirà la valorizzazione del monumento e dello stesso contesto urbano in cui insiste. L'idea, in sostanza, è quella di attivare delle dinamiche virtuose capaci di sprigionare le energie migliori di cui Napoli è ricca e che troppo spesso rimangono imprigionate nelle pastoie della burocrazia o nel respiro asfittica della politica di basso profilo.