Nei giorni scorsi una violenta polemica è divampata anche sui media tra Vittorio Sgarbi, curatore designato del Padiglione Italia alla Biennale d'Arte di Venezia, e il Ministero. Causa del contendere - per quel che è dato capire in una querelle che si gioca a suon di carte bollate, ricorsi e controricorsi - è la aspettativa dello stesso Sgarbi d'esser nominato alla Sovrintendenza della città lagunare. L'incarico, sostiene il critico d'arte, sarebbe essenziale allo svolgimento della curatela della Biennale. Non entro nel merito di una vicenda che si trascina da tempo e che appare complicata ai profani. Ma una cosa noi tutti che amiamo l'arte possiamo dirla: risparmiateci l'avvilimento di vedere una importante manifestazione d'arte avvolta in polemiche che non c'entrano con la natura, la necessità drammatica e la grazia dell'esperienza dell'arte nel mondo contemporaneo. Risparmiateci la tiritera dei burocrati. La Biennale è una singolare manifestazione, si mescolano interessi diversi, mercato e vanità. Ma è e resta un fiore all'occhiello della identità italiana legata all'arte e al suo valore. La presenza stessa dell'arte in questa Italia ferita da molte prove, in questo Paese che si sta disegnando non solo alla superficie ma anche nel profondo, è da dare tutt'altro che scontata. È vero, siamo pieni di monumenti, di capolavori che vengono ammirati da tutto il mondo. Ma il senso, il destino, e in un senso lato, la possibilità della presenza dell'arte nella nostra società sono sempre - e ora più di sempre - da conquistare. Non possiamo giocarci sopra. Ridotta troppe volte a gioco, a intellettuale svago o a smontaggio di linguaggi, l'arte spesso viene vissuta dai nostri stessi giovani come un mondo lontano, oscuro nel senso più sterile e meno affascinante del termine. Un mondo per addetti ai lavori che consuma i suoi riti spesso in fiere della vanità o in esasperazioni politicanti. Ed è vissuto come un mondo a cui si accede solo se esperti - ma i termini dell'esperienza necessari per introdurre all'arte sono molte volte nelle scuole, nelle università e sui media presentati in modo viziato da ideologia, intellettualismo e da mancanza di senso storico. Va riconosciuto a Vittorio Sgarbi l'entusiasmo drammatico di un profeta dell'arte. E la competenza vasta di lettore fine e acuto dei fenomeni e delle storie. Il contributo che può dare al destino dell'arte nel Paese non è da mettere in discussione - nemmeno da lui stesso, per primo. La Biennale dell'anno che festeggia l'unità e la varietà di questo Paese, che per tutto il mondo è la terra dell'arte, è occasione troppo grande per impoverirla in polemiche di carte bollate. Al Ministero ci sono certo uomini saggi che sapranno come uscire da questo rischio. Facile imputare al mondo politico disordine e ritardi del Paese, quando il mondo culturale offre spesso prove non meno sconfortanti. Ricordo che l'anno scorso il Padiglione Italia ritrovò il dovuto onore e consegnò ai tantissimi visitatori (un record) un panorama vario, approfondito e apprezzato. Grazie alla presenza delle opere, alla loro nuda eloquenza e alla apertura culturale dei curatori Buscaroli e Beatrice furono superate anche allora polemiche pregiudiziali. Un'opera d'arte è sempre un segno di stima alla profondità del cuore e del giudizio degli uomini a cui si rivolge. Ci aspettiamo una Biennale d'arte italiana piena di stima, di intelligente provocazione e di veemente richiamo per quel che siamo noi italiani.