Il palazzo Lo Iacono-Maraventano risale al XVIII secolo. «Venne costruito - spiega l'ex assessore alla cultura Settimio Biondi che attualmente é consigliere del sindaco per gli affari culturali - da una famiglia abbiente dell'epoca, appunto la famiglia Lo Iacono, la cui massima espressione fu un redentorista di merito. Nel secolo successivo la proprietà dell'edificio passò ai Maraventano, una famiglia di marannieri (imprenditori che erano iscritti nell'apposito albo della Chiesa, abilitati dunque alla realizzazione anche di edifici importanti). Al suo interno non c'erano per la verità cose pregevoli, ma il prospetto presentava degli aspetti architettonicamente interessanti, come la trabeazione, l'arcone che c'era all'ingresso, l'artistica inferriata che ancora oggi possiamo ammirare tra le macerie ed il balcone angolare che é un elemento che non viene riscontrato molto spesso nei palazzi esistenti in varie città della Sicilia. Sono tutte cose che renderebbero estremamente dolorosa la perdita definitiva dell'immobile». L'edificio era disabitato ormai da alcuni decenni e alla fine degli anni '70 del secolo scorso venne espropriato dal Comune allo scopo di inserire il progetto per il suo recupero tra quelli da finanziare con la legge sul centro storico di Agrigento che non ebbe poi pratica attuazione. «La sua ricostruzione - aggiunge Settimio Biondi - può essere la vera sfida dell'Amministrazione comunale che non può passare alla storia come quella sotto la cui gestione si é perduto un bene di interesse architettonico così rilevante. Tra i blocchi delle macerie in cui é ridotto il palazzo si notano ancora quelli recanti le sculture e non sarebbe impossibile rimetterli insieme. Certo, l'immobile potrebbe essere costruito con criteri diversi, più moderni e che garantiscano la necessaria stabilità che lo facciano durare a lungo nel prossimo futuro, ma gli elementi architettonicamente più interessanti potrebbero essere ricostituiti e rimessi al loro posto. L'importante é non abbandonare a se stessi questi blocchi. Insomma quello che io temo é che alla lunga possano fare la stessa fine del prospetto della chiesa di Santa Rosalia, del quale nessuno ha ormai più notizia. Per questo raccomando a gran voce che questo materiale, di grande pregio, venga accuratamente catalogato e conservato in un luogo idoneo». C'è solo il problema del tempo occorrente per tale catalogazione e conservazione e il costo. S.F. 27042011