Sgarbi. la cultura non la dettano i giudici «Comunque la Corte dei conti non ce l'ha con me. La responsabilità cade sul ministero e sul sindacato» «La nomina doveva essere contestuale al mio incarico alla Biennale: una sinergia al servizio della città» «È come immaginare che al concorso per affrescare la Cappella Sistina Michelangelo non fosse arrivato per tempo a presentare il progetto perché... aveva bucato. Per finire così escluso». Vittorio Sgarbi conferma di non aver ancora ricevuto dal ministero dei Beni culturali, nella persona del suo titolare Giancarlo Galan, alcuna comunicazione formale circa la decisione di escluderlo dalla soprintendenza del Polo museale speciale di Venezia, a cui è stata chiamata una dirigente "interna", Giovanna Damiani, attuale soprintendente a Parma e Piacenza, che da più di due mesi ricopriva l'interim nella città di San Marco. Mentre non lascia il posto di responsabile del Padiglione Italia alla Biennale d'Arte, Sgarbi conferma anche le due mosse già preannunciate venerdì: il ricorso in sede penale, tramite il suo legale Giampaolo Cicconi, contro la responsabile della direzione generale per le Belle arti, Antonia Pasqua Recchia, per «turbativa di gara avendo diffuso notizie false e avendo male indirizzato il suo ministro con tradimento della sua funzione»; e la decisione di chiedere alla Cgil la tutela sindacale per la sua «illegittima esclusione» dalla carica. In particolare, secondo il battagliero critico d'arte, «il contratto con la Regione siciliana come Alto commissario con qualifica di direttore generale per un periodo superiore ai 5 anni dà diritto al lavoratore a una assunzione definitiva nel ruolo, in base alla legge 80 comma 5 del 2004». In sintesi, il discorso di Sgarbi, al di là dei tecnicismi giuridici di leggi e commi, anche per un non addetto ai lavori non fa una grinza. «Io avevo ricevuto, dal predecessore di Galan, Sandro Bondi, in accordo con il presidente della Biennale Paolo Baratta, l'incarico di responsabile del Padiglione Italia alla Biennale d'Arte che si inaugura a giugno. Bondi non era riuscito a ottenere da Baratta il Padiglione centrale dei Giardini, che sarebbe stata la sede ideale, ma il Padiglione in ristrutturazione all'Arsenale. Il che non è uno scherzo in termini di spazi disponibili, se si considera che, a fronte di 700 artisti da esporre, possiamo contare su 160 posti. Comunque, la nomina alla Biennale era assolutamente contestuale con la prosecuzione dell'incarico di soprintendente (che Bondi gli aveva affidato a maggio 2010, ndr). Questo è il cuore del ragionamento: si tratta di garantire la massima sinergia a un progetto culturale strategico per la città. Biennale in "alleanza" con l'Accademia, con la Ca' d'Oro, con Palazzo Grimani. Il modello che venne realizzato nel 1895, l'anno della prima Biennale, con il grande critico e curatore Giulio Cantalamessa». E invece niente nomina "collegata". È prevalsa la linea non della politica culturale concepita e realizzata dagli specialisti della materia, ma del cavillo interpretativo: la linea, che Sgarbi considera tanto ottusa quanto mortificante, della burocrazia ministeriale e della magistratura, in questo caso quella contabile. La tesi di Galan è infatti quella dallo stesso ministro espressa in un'intervista a Il fatto quotidiano prima della nomina della Damiani: «Si può ricorrere alla nomina di un esterno come Sgarbi quando non esiste una domanda per quel posto presentata da un dirigente interno. Purtroppo per Sgarbi i dirigenti interni sono quattro e il problema quindi non è comparare lui con loro ma scegliere il migliore. Questo dice la legge e la Corte dei Conti». Ma Sgarbi contrattacca con decisione. «In realtà la Corte dei Conti non entra nel merito della questione e tantomeno chiunque può sostenere che nutra motivi di ostilità o preconcetti nei miei confronti. I magistrati contabili si limitano a prendere atto che esiste un errore procedurale. Non adottano dunque alcuna "censura" ai danni del sottoscritto. Detto questo, come del resto il prosieguo della vicenda si incaricherà di dimostrare in tempi rapidi, resta vero che la strategia di grandi istituzioni culturali non può essere dettata in nessun caso dal parere o dalla sentenza di un giudice. La vita, quella concreta dei fatti e delle idee, non può mai prevalere sulla forma». In un comunicato diffuso l'altro giorno, il critico aveva già sottolineato con forza il concetto, affermando «come l'eccesso di burocrazia porti a un logoramento nel pensiero con gravi danni alle istituzioni per le quali si presta servizio e arrivando fino all'inganno di uno sprovveduto ministro naturalmente incompetente». Ma la responsabilità non va in carico al solo titolare del dicastero, anzi. «Ci sono i soliti automatismi del conformismo ideologico, che portano a nominare nei ruoli più prestigiosi solo intellettuali di sinistra: vedi l'esempio di Pio Baldi al MAXXI (il Museo d'Arte del XXI secolo, ndr) a Roma. Ci sono i burocrati degli uffici. E c'è la pressione corporativa dei sindacati, anzi di un sindacato, la Uil. Che dire? Molti nemici, molto onore.
Sgarbi escluso da Soprintendenza: la cultura non la dettano i giudici
Vittorio Sgarbi, critico d'arte e curatore della Biennale d'Arte, conferma di non aver ricevuto alcuna comunicazione formale dal ministero dei Beni culturali sulla decisione di escluderlo dalla soprintendenza del Polo museale speciale di Venezia. Sgarbi sostiene che la nomina alla Biennale era assolutamente contestuale con la prosecuzione dell'incarico di soprintendente e che la responsabilità della decisione cade sul ministero e sul sindacato. Il critico annuncia di ricorrere in sede penale contro la responsabile della direzione generale per le Belle arti e di chiedere la tutela sindacale per la sua illegittima esclusione dalla carica.
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