Una relazione del ministero ha rivelato che nel 2010 metà delle risorse destinate ai beni culturali sono rimaste nel cassetto: il che significa che chi era deputato a spendere, non ha saputo come farlo e su 992 milioni di entrate ne sono stati spesi 545 milioni. Nel frattempo dagli inizi di aprile, tutti gli italiani versano circa 2 centesimi per la cultura, come accise su ogni litro di benzina. Si tratta di due capitoli di spesa diversi, perché uno riguarda i beni culturali di proprietà dello Stato, mentre la mini tassa sul carburante va a finanziare il Fus, Fondo unico dello spettacolo, cui attingono anche molte compagnie private. Ma di cultura comunque si tratta di cultura mal gestita perché tra gli enti foraggiati dal Fus ci sono anche i 14 enti lirici (un numero davvero spropositato) che certo non sono modelli di efficienza se si vuole proprio essere cattivi, si può dire che tutti gli italiani finanziano quotidianamente un consumo culturale dei «ricchi». È dunque così vero che la cultura in Italia soccomba per i continui tagli di bilancio? Qualche dubbio è lecito avanzarlo. Perché il problema è probabilmente un altro. In Italia la gestione è stata concepita come un'esclusiva questione di «conservazione». Non per nulla la figura del sovrintendente è sostanzialmente sinonimo di «conservatore». La sua funzione è quella di conservare il patrimonio che deve gestire. In Italia possiamo contare per questo su competenze davvero straordinarie. Ma poiché il patrimonio artistico nel nostro Paese ha dimensioni esorbitanti, spesso il conservatore resta quasi «sepolto» dalla vastità dei problemi a cui deve far fronte. E così accade che neppure riesce a elaborare progetti per poter spendere i soldi che pur ha a disposizione. Ma la gestione dei beni culturali non può essere concepita solo in prospettiva «conservativa». Se si dice che il patrimonio è una ricchezza equivalente al petrolio, è paradossale che il petrolio si trasformi in realtà in zavorra. Per questo più che un problema di risorse, la gestione dei beni culturali in Italia richiede una cambio di mentalità. C'è un esempio che mi sembra emblematico: la figura del custode di museo. Al Louvre, da qualche tempo hanno capito che si tratta di figure chiave nella gestione dei beni culturali, e non solo per il ruolo di sorveglianza che hanno. Così i custodi sono stati tutti dotati di piccole guide tascabili, in cui sono state riassunte le risposte intelligenti e sintetiche alle domande più frequenti che i visitatori fanno nelle varie sezioni del grande museo. Insomma il custode esce dal suo profilo «conservativo» (quindi solo passivo) e diventa soggetto proattivo, che interloquisce con il pubblico, che rende più friendly l'ambiente a volte un po' oppressivo di un museo. Ma al Louvre non si sono limitati a questo: hanno chiamato un fotografo italiano, Mimmo Jodice, che ha messo in posa i custodi come si trattasse di soggetti dei capolavori esposti nelle sale. Un'operazione che ha rinsaldato l'orgoglio del loro ruolo e li ha fatti diventare delle bandiere, delle pubblicità viventi del luogo in cui lavorano. Insomma un grande e riuscitissimo percorso di motivazione e di responsabilizazione. E in Italia? Siamo alla preistoria. Se voi vi trovate a Firenze e volete visitare uno degli straordinari musei comunali che tutto il mondo invidia alla città, scoprirete uno strano orario di chiusura: a volte le 13,50 e a volte le 16,50. A parte che chiudere le porte ai capolavori di Beato Angelico a San Marco a quell'ora è dal punto di vista del business culturale un suicidio; ma perché quegli strani anticipi di 10 minuti? Perché in base al contratto il custode deve avere il tempo di chiudere, come si usa dire, baracca e burattini. Ci fosse un buon manager culturale provvederebbe a prolungare l'orario alle 19, come in ogni Paese normale. E poi, soprattutto, inizierebbe a far capire ai custodi l'importanza del ruolo che stanno svolgendo. Che non stanno solo sorvegliando, ma che stanno facendo vivere un patrimonio. E che quel patrimonio non è solo un rubinetto da cui prendere ogni mese lo stipendio, ma un bene da preservare e far rendere. Il problema dei beni culturali è una questione di risorse, ma prima ancora di capacità progettuale e di coscienza collettiva. E non ci saranno mai soldi a sufficienza per un Paese che chiude i capovalori del Beato Angelico alle 13,50.