Un crocifisso di legno strombazzato come opera del genio della Sistina. Ma i pareri sfavorevoli non sono stati ascoltati ed il costo è sospetto: troppo poco se l'ha fatto il creatore del David, troppo se è di qualcun altro. Due libri mettono il dito nella piaga Lo Stato ha un crocifisso di legno, probabilmente di pioppo e non di tiglio, alto una quarantina di centimetri. L'ha comprato per 3 milioni e 250mila euro come una scultura del giovane Michelangelo, il 20 novembre 2008, dall'antiquario torinese Gallino. Sull'acquisto sorretto da rinomati studiosi da tempo la Corte dei Conti e la Procura di Roma spulciano le carte perché vogliono vederci chiaro: il prezzo pagato è giusto? Più d'uno ne dubita. Perché se quel Cristo dalla testa reclinata l'ha scolpito il maestro della Cappella Sistina allora la somma sarebbe ridicola: un Michelangelo sul mercato vale decine e decine di milioni. Se non è suo 3,2 milioni di euro sarebbero decisamente troppi. E non è una storia solo di soldi. Sull'attribuzione al Buonarroti due pamphlet paralleli «sparano» in contemporanea un discreto fuoco di fila. Il primo, più autorevole, approfondito e informato, è A cosa serve Michelangelo? di Tomaso Montanari, storico dell'arte, docente a Napoli (Einaudi, 129 pagine, 10 euro): è un testo quasi pasoliniano, nella passione civile e nel tratteggiare un'Italia dove l'etica sembra riposta in un cassetto e di cui l'acquisto del crocifisso sarebbe involontario simbolo. L'altro saggio, più letterario e divertito, lo firma Claudio Giunta, docente di letteratura italiana a Trento, e s'intitola Come si diventa 'Michelangelo" (Donzelli, 121 pagine, 13,50 euro). I due saggi, pur mancando dell'indice dei nomi e delle citazioni, brillano per chiarezza e coraggio. Gli autori hanno peraltro la buona educazione, cosa che non sempre accade, di citare il concorrente: non a caso si conoscono, vivono entrambi a Firenze perché Firenze è l'epicentro della faccenda. Nella città di Lorenzo il Magnifico è sbucato il discusso Crocifisso con una mostra del 2004, lì la Cassa di Risparmio ha rifiutato di comprarlo, lì la soprintendente del Polo museale Cristina Acidini ha avvalorato l'ipotesi michelangiolesca e lo sforzo dello Stato. Montanari è netto: la scultura è diventata di Michelangelo perché la «storia dell'arte ormai è una escort di lusso della vita pubblica strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media». E questo accade, sostiene, perché la morale pubblica è finita sotto il tappeto. Claudio Giunta scrive apertamente dall'esterno dei giri dell'arte e maliziosamente domanda: perché in privato gli studiosi fiorentini dicono che Michelangelo non ha mai intagliato questo piccolo corpo di legno e in pubblico tacciono? Perché su questo Cristo in croce le autorità dell'arte e il ministero evitano un autentico confronto scientifico tra esperti? Alla peggio, suggerisce, potrebbero ammettere di aver sbagliato e, poiché nelle scienza gli errori servono per non ripeterli e progredire, e ne trarremmo tutti giovamento. Un confronto simile spaventa qualcuno? Montanari punta al cuore della vicenda: sotto la direzione Bondi il ministero per i Beni culturali ha messo in moto una gigantesca opera di propaganda sostenuta da mostre in luoghi ecclesiastici, mistificazioni e parole misticheggianti di politici, funzionari, studiosi, alti prelati e assessori per attribuire senza uno straccio di prova l'opera all'autore del David (se lo fosse varrebbe almeno 50-60 milioni di euro) quando lo avrebbe scolpito una qualificata bottega artistica fiorentina del tardo 400 (e allora varrebbe 20-50mila euro) o, secondo la studiosa Lisner, uno scultore pur bravo ma meno eclatante come un Sansovino. E l'antiquario all'inizio voleva 18 milioni, poi è presto sceso a più miti consigli. Ma il ministero puntualizza lo studioso - ha deliberatamente ignorato pareri contrari per «un singolare pegno dell'orientamento filovaticano di un governo di atei devoti». Di più: l'acquisto segnala una degenerazione culturale che coinvolge tutti o quasi: dagli storici dell'arte proni al potere e alla fama alle mostre culturalmente vuote ai mass media votati «all'evento» (il bersaglio sono gli inserti para-pubblicitari di testate come Repubblica e Corsera). Con piglio polemico Montanari, e in fondo Giunta pur se in tono leggero, disegna un quadro cupo del nostro oggi: per loro la vicenda del presunto Michelangelo è il termometro di un conformismo che soffoca lo spirito critico necessario affinché una democrazia respiri. Tomaso Montanari (1971) insegna Storia dell'arte moderna all' Università «Federico II» di Napoli. Per Einaudi ha scritto la postfazione ai due volumi de Le vite de' pittori scultori e architetti moderni di Giovan Pietro Bellori (2009) e A cosa serve Michelangelo? (2011). Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna attualmente Letteratura italiana all'università di Trento. E' stato visiting professor all'università di Chicago (2008). I suoi due principali campi d'interesse sono la letteratura romanza medievale e la critica della cultura.
Povero Cristo Michelangelo per forza
Un crocifisso di legno, probabilmente di pioppo e non di tiglio, è stato acquistato dallo Stato per 3 milioni e 250mila euro. L'acquisto è stato sostenuto da studiosi e la Corte dei Conti e la Procura di Roma hanno iniziato a indagare sulla legittimità del prezzo pagato. Due libri, "A cosa serve Michelangelo?" di Tomaso Montanari e "Come si diventa 'Michelangelo'" di Claudio Giunta, mettono in discussione l'attribuzione dell'opera al famoso scultore. Montanari sostiene che la storia dell'arte è stata instrumentalizzata dal potere politico e religioso, mentre Giunta domanda perché gli studiosi fiorentini tacciono sulla questione.
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