Su «Libero» ieri Sgarbi ha sostenuto di aver detto a Bondi una sera nello studio tv Rai di «Porta a porta» (nota dependance del Parlamento) che, avesse saputo prima dell'acquisto del Crocifisso, avrebbe sconsigliato l'allora ministro. Peccato che il critico d'arte fosse al tavolo della conferenza stampa che presentò l'avvenuta operazione in una sede importante (e inusuale) come l'ambasciata del Vaticano a Roma. Lì Sgarbi parlò della scultura con le sue notevoli capacità oratorie. Su un'attribuzione di un'opera d'arte certo si può cambiare idea, basta riconoscerlo. Perché l'attribuzione è esercizio tanto necessario e nobile quanto rischioso come, a volte, opaco. Si attribuisce una scultura, un dipinto o un disegno tramite raffronti stilistici e, magari, poggiando su documenti, perché nel passato non esisteva il copyright e molti non firmavano. E dare un'opera a un maestro di richiamo (non si contano i Caravaggio) ha due conseguenze: da un lato il valore economico lievita alle stelle; dall'altro significa agganciare il proprio nome a una scoperta destinata a entrare nel dibattito e nei libri. La fama riflessa è una sirena cui pochi sanno resistere e il passaggio di un Michelangelo sul mercato è più raro di quello della cometa di Halley nei pressi della Terra...