Un documento del soprintendente Rinaldi blocca i progetti e i piani regolatori alla luce dei trattati internazionali Scende la parola che congela dibattiti, progetti, polemiche e sogni. Il Punto franco in Porto vecchio dal molo O al molo IV non è modificabile con un semplice atto di volontà o con un intervento locale, o nazionale. Dunque tutti i progetti di riuso dell'antico scalo devono veramente tenerne conto. Oppure non passeranno il vaglio. Sono allo stato attuale fuori norma sia il Piano del Porto e sia il Piano regolatore generale, e di conseguenza i due porticcioli del progetto Rizzani-de Eccher che sembravano (ma non sono) i più presto e facilmente realizzabili. A dirlo non è l'associazione Punto franco vecchio che tempesta di ricorsi il Tar in difesa dell'intangibilità di questo privilegio triestino, e viene accusata di voler così rallentare il riuso «civile» dell'antico scalo già dato in concessione, ma la Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici del Friuli Venezia Giulia, col pieno e convinto supporto della Direzione regionale. Quel Punto franco, non adeguatamente usato ma poi usato come freno al cambiamento, delinea la condizione di extradoganalità creata dall'Austria a partire dal 1719, confermata dai trattati del Regno d'Italia, e poi nel secondo dopoguerra dall'Allegato VIII del Trattato di pace di Parigi (1947), e ancora nel Memorandum di Londra (1954), di seguito da ogni altra legge nazionale, dal Trattato di Osimo, e per ultimo non superata nemmeno dalla legislazione comunitaria che espressamente salvaguarda patti precedenti fra Stati. Nello specifico, la sottoscrizione ne vincola 20. In un documento firmato dal soprintendente Luca Rinaldi, che ha competenza su Porto vecchio, si dice espressamente: «Questa Soprintendenza ritiene che la destinazione urbanistica stabilita con la variante 93 al Piano regolatore generale e con la variante al Piano del porto dalle quali trae sostegno il progetto delle due marine risultano in conflitto con gli obblighi internazionali circa la conservazione del Porto franco di Trieste». Che, aggiunge Rinaldi, proprio in virtù di quei trattati non prevede «la possibilità di spostare in altro sito il Porto franco che pertanto dovrà continuare a estendersi appunto entro i limiti del 1939... Non può essere ridotto o spostato senza un nuovo accordo internazionale sottoscritto da tutti i firmatari del Trattato di pace del 1947 eo loro eredi debitamente autorizzati dai loro organi legislativi a mezzo di apposite leggi». Dunque perfino i piani regolatori sarebbero non conformi, e così i progetti delle marine, a prescindere dalle recenti ipotesi di inserire nel disegno case, prati, palme e discese a mare. «Questo è lo stato di fatto e di diritto - chiosa in una nota Gianfranco Gambassini citando Rinaldi - che può non essere conosciuto da chi non è di Trieste come Giovanni Fraziano», cioè il preside di Architettura che ha presentato un progetto molto alternativo per il sito, anche affermando che lanciare sul mercato un'area così estesa risulta sproporzionato alle forze della città. Da lì un dibattito di fuoco sui rischi di dover rifare tutto, e cioè in pratica di non fare niente. Ma senza il via libera della Soprintendenza nulla possibile. E questa è la sua parola. Martines: status modificabile in 10 o 20 anni «La Soprintendenza - conferma il direttore regionale dei Beni culturali, Giangiacomo Martines - richiama sempre una posizione di legittimità. Per la progettazione urbanistica in Porto vecchio il Punto franco è un dato fermo: rimuoverlo significa avviare, attraverso il ministero degli Esteri, un procedimento amministrativo e politico estremamente lungo e complesso, che deve coinvolgere gli altri paesi firmatari dei trattati. Processo che può essere attivato solo sulla base di una motivazione forte, con un forte progetto di città nel suo complesso. Ma non bisogna nemmeno dimenticare che comunque il Punto franco è stato per Trieste la fonte del suo successo su base storica. Attualmente - prosegue Martines -, per una pianificazione a breve e medio termine bisogna tener conto del vincolo esistente. Se si ragiona invece a lungo termine, ma parliamo di 10 o 20 anni, allora si può anche immaginare una situazione modificata». La Prefettura ha chiesto intanto lumi alla Farnesina su come si può affrontare la questione.