Da Punta della Dogana al Colosseo: il pur auspicabile aiuto dei mecenati non può ridursi a una sostanziale cessione in esclusiva dell'immagine dei monumenti Una volta tanto l'etichetta non mente. Non sono pochi, infatti, i dubbi suscitati da Elogio del dubbio, la mostra, appena inaugurata alla Punta della Dogana di Venezia, che espone una scelta di opere contemporanee appartenenti alla collezione di François Pinault. Chi - a ragione - afferma l'assoluta inopportunità di un mecenatismo pubblico dell'arte contemporanea, non può che essere a favore di un intervento privato: l'alternativa al finanziamento da parte dei consigli comunali o delle giunte regionali sta infatti nell'azione di singoli mecenati impegnati in un rapporto diretto e libero con gli artisti che scelgono di sostenere. A storcere il naso di fronte allo strapotere veneziano di Pinault c'è allora da fare la figura degli eterni bastiancontrari. Ma Pinault non è un mecenate, è una multinazionale. Un multimilionario straniero che di fatto privatizza (certo, a suon di investimenti e restauri di archistar) un luogo simbolo del paesaggio e del tessuto urbano veneziano e lo trasforma in una supervetrina della sua collezione non è esattamente ciò di cui Venezia e il pubblico italiano hanno bisogno. E il rischio concreto è che tutto ciò contribuisca alla trasformazione dell'Italia in una Disneyland a noleggio in cui tutti i nessi storici saltano a favore di una omologazione culturale che riconosce al mercato e al denaro l'unico indiscutibile primato. Ma la colpa non è di Pinault (che è Pinault), ma del vuoto di iniziativa culturale, economica e politica che caratterizza l'Italia del 2011. L'intera storia delle città italiane in età moderna può essere raccontata come un perenne (e fecondo) conflitto tra la comunità civile e alcuni potenti privati (aristocratici, ecclesiastici, mercanti o banchieri) desiderosi di appropriarsi (simbolicamente o no) dello spazio pubblico. I dubbi intorno alla 'privatizzazione' pinaultiana di Venezia appartengono ad una storia che comincia con la discussione che animò la Firenze del Quattrocento a proposito dell'invadenza degli stemmi medicei che accompagnavano la martellante e strepitosa campagna di elargizioni filantropiche di Cosimo il Vecchio. E, allora come oggi, tutto si giocava da una parte intorno alla forza del potere pubblico, dall'altra intorno alla cultura, al senso civico e al buon gusto del privato: e con tutta evidenza Pinault non è Cosimo il Vecchio. Presentando qualche giorno fa al Senato l'ultimo libro di Salvatore Settis (Paesaggio Costituzione Cemento, Einaudi), Giuliano Amato ha notato come la progressiva distruzione del paesaggio renda evidentissimo uno dei tratti salienti della situazione italiana contemporanea: l'aumento della ricchezza privata a tutto danno della ricchezza pubblica, vale a dire un processo suicida che ribalta uno dei principi della politica classica. La stessa involuzione traspare altrettanto potentemente dallo stato del patrimonio artistico nazionale, e dal nostro rapporto con l'arte contemporanea. La gestione dei cosiddetti 'beni culturali' ha prodotto molti casi di privatizzazione più o meno strisciante dell'arte del passato: basti pensare al sostanziale appalto di molti importanti musei e di gran parte delle mostre a rapaci, quanto culturalmente inadeguate, 'società di servizi'. E' in questi giorni è sotto gli occhi di tutti il caso del Colosseo. La disponibilità di Diego Della Valle ad un importante impegno economico è una notizia positiva, e capace di aprire prospettive in Italia fino a ieri nemmeno immaginabili. Proprio per questo bisogna evitare che questa occasione si riduca ad una sostanziale 'vendita' in esclusiva dell'immagine del monumento, o - ancora peggio - che essa non sottragga la cura dell'anfiteatro ai restauratori per affidarla alle imprese edili, in una logica esclusivamente imprenditoriale. Se è del tutto legittimo che il mecenate privato aspiri ad un ritorno di immagine proporzionale all'impegno, è però decisivo che l'operazione si risolva a vantaggio (e non a danno) dell'interesse pubblico. Come sempre, il discorso sull'arte è metafora e svelamento del discorso sul potere: e in un'Italia ancora dominata da Silvio Berlusconi nessuno può avere dubbi sul reale rapporto di forza tra la prepotenza degli interessi privati e la debolezza dell'interesse pubblico.