Il Padiglione Italia è in alto mare. Per questo il critico si starebbe ritirando. Ma se se ne va, salta tutto lo stesso Un colpo di teatro? Un momento di rabbia? Indignazione? Un ricatto? Cosa c'è dietro le dimissioni di Vittorio Sgarbi da direttore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia? Mentre la polemica infuria e proprio nel 150 anniversario dell'Unità del paese lo stesso Padiglione Italia rischia di saltare, si fa sempre più insistente l'ipotesi, per molti più che un'ipotesi, che Sgarbi con questa sua ultima boutade si sia voluto sfilare dalla Biennale di proposito. L'altro ieri il critico d'arte più facondo d'Italia ha rassegnato le sue dimissioni poiché a suo parere il ministro della Cultura Giancarlo Galan non nominandolo anche a soprintendente al Polo artistico di Venezia, «avrebbe tradito l'Italia». E dunque lui poteva tradire il Padiglione a circa 40 giorni dalla sua inaugurazione, fissata per il 31 maggio. In realtà la decisione di Galan era obbligata: per ben sei volte la Corte dei Conti aveva negato il suo avallo alla nomina di Sgarbi a soprintendente fatta con pervicacia degna di ben altre cause dall'ex ministro Sandro Bondi nel giugno scorso. Negli ultimi mesi, attraverso tre delibere di un singolo magistrato e altrettante collegiali, la Corte metteva in chiaro che il critico d'arte non poteva diventare soprintendente per chiamata diretta del ministro in gergo ex art. 6 del Dl 165 del 2001 -, visto che altri dirigenti con maggiori titoli di lui - ora almeno quattro - avevano fatto domanda. LE MINE VAGANTI Analoghe decisioni erano state prese in molti altri casi in enti, amministrazioni pubbliche e ministeri, così sancendo un orientamento della Corte: perfino l'ultimo bando per la poltrona veneziana vi faceva esplicito riferimento. Dunque bene ha fatto Galan a non fare una nomina che non era in grado di fare: questa è solo la prima delle tante mine vaganti lasciate al neo ministro dal suo predecessore. A febbraio 2010 proprio Bondi aveva nominato Sgarbi anche direttore del Padiglione Italia, dando così fuoco alla miccia: fin dalla presentazione l'autunno scorso delle linee guida per il 2011 Sgarbi era subito entrato in polemica con Mario Lolli Ghetti, direttore generale del ministero, che aveva sottolineato come i costi del progetto fossero doppi rispetto agli abituali finanziamenti. Già da quel primo scontro una cosa era evidente: l'impianto faraonico dato da Sgarbi all'iniziativa, che per il 150 anniversario dell'Unità sarebbe andata oltre il Padiglione in altri luoghi di Venezia, si sarebbe estesa in varie città d'Italia, con propaggini anche all'estero negli istituti di cultura e un finanziamento aggiuntivo da parte del ministero degli esteri promesso da Franco Frattini di un milione di euro. Una idea che si è scontrata con i tagli massacranti inferti alla cultura dal governo. Fino al mese scorso, quando cioè sono stati parzialmente reintegrati i fondi al ministero, il budget del Padiglione era incerto. Dal canto sue Sgarbi vedeva le due cariche (soprintendente e curatore del Padiglione) collegate e funzionali alla realizzazione di un progetto forse troppo ambizioso. Di qui le sue dimissioni, oscurate da quello che appare un velato ricatto: o entrambe le cariche o nulla, poiché la riuscita del Padiglione sarebbe stata in forse. Da più parti si fa strada una versione ufficiosa ben diversa: il faraonico progetto sarebbe al momento in alto mare, e tra l'altro il milione promesso dalla Farnesina è sfumato, e con il rischio quindi di affondare ancor prima di entrare in porto. L'evidente impossibilità di Galan a nominarlo soprintendente sarebbe così l'occasione per il capitano di abbandonare la nave. Suonano significative le parole di Iole Sieni, presidente di Arthemisia, società cui è affidata la realizzazione del Padiglione: «Se le dimissioni di Sgarbi diventassero effettive, ritengo che non ci sarebbe nessun padiglione Italia quest'anno». Resterebbe da vedere cosa accadrebbe nel caso le ritirasse. Da parte sua Sgarbi è già su un altro battello: con Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma cui è legatissimo, sarebbero all'assalto di Palaexpo, la più importante struttura espositiva della capitale che ha in gestione anche le Scuderie del Quirinale e che il sindaco Gianni Alemanno vuole dare in gestione ai privati con una «gara a inviti». Galan, che in questo frangente per ora mostra di sapere il fatto suo, consiglia al critico ferrarese di fare ricorso alla Corte dei Conti: in altre parole se va bene a loro, va bene anche al ministro. E Sgarbi ieri non ha mancato di dare mandato al suo avvocato per impugnare le delibere della Corte. Mentre le sorti del Padiglione si fanno incerte, forse non ha tutti i torti l'assessore alla cultura di Firenze quando dice: «Quest'anno il Padiglione invece di contenere un'esposizione, avrà una performance di Sgarbi». Ma in Italia si risolve tutto con una battuta.