Le avanguardie lo definivano «il cimitero dei capolavori». Poi è arrivata la stagione dei cambiamenti Orari prolungati, bookstore, allestimenti sorprendenti: il riscatto dei musei Fiorisce l'idea dei «deposito di emozioni» che reinterpreta le opere in modo che la società si ritrovi in esse Tre modi per rinnovarsi Stedelijk Museum, Amsterdam Già negli anni Sessanta per agevolare la visita dei lavoratori inaugurò le aperture serali Centre Pompidou, Parigi Simbolo del museo-laboratorio delle sperimentazioni giovanili, luogo attraversabile anche da non visitatori Poldi Pezzoli, Milano Si è affidato all'artista Arnaldo Pomodoro per riallestire in modo suggestivo la preziosa armeria Museo è parola spesso associata a qualcosa che congela il nostro passato, a un luogo il cui motivo di esistenza è mantenere l'immobilità del tempo. Invece il museo è uno spazio in continuo mutamento, fisico e concettuale. Nonostante nella prima metà del Novecento furono le avanguardie artistiche stesse a definirlo «cimitero dei capolavori», il museo non è morto e ha anzi visto un'impennata del suo successo negli anni OttantaNovanta del Novecento quando solo in Germania ne furono costruiti oltre cento e in Francia, solo per citarne due, il Grand Louvre e il d'Orsay. Dai solenni palazzi ottocenteschi si è passati ai «white cube» le grandi stanze bianche, minimaliste e asettiche agli ex spazi industriali; ci si è spostati dal centro alle periferie delle città, con l'obiettivo di rianimarle. E non è tutto perché ai cambiamenti architettonici sono seguiti di pari passo quelli riguardanti la funzione. Negli anni Settanta del Novecento, per esempio, imperava l'equazione bene culturale uguale bene pubblico uguale funzione educativa. Intorno al museo si intendeva costruire un progetto quasi utopico che trascinasse il cambiamento della società (per agevolare i lavoratori, negli anni Sessanta, lo Stedelijk Museum di Amsterdam inaugurò, per esempio, le aperture serali). I musei di arte moderna aprivano alle sperimentazioni giovanili e a tutte le arti dal teatro alla performance, ai video alla musica al cinema perché il museo doveva essere il laboratorio della creatività sociale e popolare. E alla fine di questo percorso, nel 1977, venne inaugurato a Parigi il Beaubourg. Il museo doveva diventare uno spazio accessibile e attraversabile e in quest'ottica rientra anche la progettazione della nuova entrata del Louvre, nella piazza, sotto la piramide, con le scale mobili, come la hall di una stazione o un aeroporto. Negli anni Novanta la parola d'ordine cambiò ancora e diventò: bene culturale uguale bene economico, idea che ha introdotto anche in Italia (artefice il ministro Ronchey) i bookshop, le caffetterie e i cosiddetti «servizi aggiuntivi». In tutta Europa si imponeva il modello americano ma con molte varianti applicative che, soprattutto in Italia, sono state necessarie perché la rete museale italiana è capillare (non come i musei americani, mausolei nel deserto fra l'uno e l'altro) e civica, legata cioè alla storia delle piccole municipalità e non alle grandi collezioni di mecenati. Negli ultimi anni la mobilità del museo si è manifestata soprattutto attraverso le modifiche approntate ad arredi, illuminazione, allestimento delle opere. Si è capito infatti che anche i capolavori e i grandi musei, per esempio lo «Sposalizio della Vergine» di Raffaello a Brera o la «Pietà Rondanini» al Castello Sforzesco di Milano, possono morire se la città li dimentica e non li sente più suoi. L'allestimento non è, dunque, un mezzuccio per sopravvivere ma una cura di giovinezza per continuare a comunicare col pubblico. L'idea, oggi, è considerare il museo come «deposito di emozioni», ha scritto Alessandra Mottola Molfino nel suo «L'etica dei musei». Vale a dire reinterpretare le opere facendo in modo che la società si ritrovi in esse. A questo scopo alcuni musei si sono affidati agli artisti (in Italia l'armeria del Poldi Pezzoli è stata riallestita magnificamente da Arnaldo Pomodoro); altri hanno cambiato il bianco delle sale per tornare ai colori, come nei musei dell'Ottocento; altri ancora hanno abbandonato la disposizione cronologica per offrire percorsi tematici. La Tate Modern, nel 2001, ha aperto le sue sale proprio con questa soluzione allora molto criticata e considerata «rivoluzionaria» ma che in realtà abbandonava il concetto hegeliano di progresso per tornare a quello settecentesco voluto dall'abate Lanzi per gli Uffizi. Meno didattica, più emozioni. L'attuale iniziativa della Gam di Torino è ancora più audace perché dietro il nuovo allestimento tematico non c'è una riflessione solo estetica, ma addirittura sui grandi temi dell'uomo. E un'idea del museo come conoscenza del mondo ma non più solo come classificazione e ordine del suo contenuto. Riuscirà dunque il museo a sopravvivere continuando a cambiare o, come ha scritto con disgustato pessimismo Jean Clair nel suo recente pamphlet, il museo sta vivendo il suo inverno di «luogo di culto di una noia senza fine»? E' una sfida che sta durando da almeno quattro secoli. L'esempio La Tate Modern di Londra ha lanciato l'impostazione tematica dei musei. In dieci anni è stato visitato da 45 milioni di persone. Nel 2012 verrà completato l'ampliamento (una costruzione a piramide asimmetrica firmata dagli architetti Herzog e De Meuron) con un aumento della capienza del 60.