Il negozio era il gioiello dell'architettura Anni 50. Ora il Fai lo riapre come museo L'architetto Carlo Scarpa progettò il minuscolo spazio per essere più luogo dell'anima che fisico La raccolta Verranno esposte macchine da scrivere e calcolatrici che i turisti fotografavano come quadri VENEZIA. L'aura Olivetti e, con lei, migliaia di altri ammaliati visitatori di piazza San Marco potranno finalmente evitare di distogliere lo sguardo e deglutire «un brutto rammarico», passando davanti a quella bottega banale incastonata in uno degli angoli più belli del pianeta: il negozietto è di nuovo la magnifica, raffinata opera d'arte realizzata nel 1958 dal genio dell'architetto Carlo Scarpa che il tempo aveva sciupato. La «vetrina» voluta da Adriano Olivetti per mettere in mostra, nella paradisiaca piazza veneziana, i prodotti della sua azienda torna ad essere meraviglia: dopo 14 anni d'ombra il Fondo per l'Ambiente Italiano lo ha preso in concessione dalle Assicurazioni Generali che, prima, l'hanno liberato dall'avvilente e temporaneo destino di punto vendita di souvenir e sottoposto a un accurato restauro. Così questo piccolo spazio - 21 metri di profondità per 5 di larghezza e 4 d'altezza - è stato restituito alla sua dimensione di miracolo architettonico. Un miracolo, davvero. Perché Scarpa quando ricevette l'incarico di riorganizzarlo studiò con un impegno forsennato il modo per «dilatare» lo spazio costruendo più un luogo dell'anima che un luogo fisico: eliminò il muro di mezzo, inserì lateralmente due lunghi ballatoi, scelse colori vibranti, aumentò il numero delle vetrine, scelse un pavimento con un mosaico in tessere di vetro. E, soprattutto, collocò al centro della sala il suo capolavoro: una scala in pietra di Aurisina. «Costosissima - ricordava - ma Olivetti può permettersela: per il re si può fare un palazzo reale». Anche se il «re» era tutt'altro che un monarca assoluto: uomo d'impresa illuminato, con l'occhio attento ad una «società che nasca dalla comunità», capace di coniugare energia del lavoro e creatività, business e cultura appoggiandosi a intellettuali come Fortini, Pampaloni, Doglio, Soavi, Volponi. Diceva di sé e della sua ansia progettuale: «In me non c'è che futuro». La «vetrina» di Venezia doveva essere un compendio della sua filosofia d'intellettuale e d'industriale: mostra di prodotti d'alta tecnologia, ma anche specchio d'una sensibilità estetica intesa come traguardo di vita. Scarpa riuscì in quest'impresa arricchendo il negozio anche con una gemma come la scultura «Nudo al sole» di Alberto Viani. Il «biglietto da visita» voluto da Adriano Olivetti non doveva essere punto vendita, ma esposizione. Ecco il ricordo di Renzo Zorzi, storico direttore delle iniziative culturali olivettiane: «C'erano sette, otto milioni di persone all'anno che passavano su quella piazza e lo guardavano. Sono stati i giapponesi i primi a entrare per fotografarlo. Fu tale il successo che dovetti farlo restaurare pochi anni dopo». Da oggi questo spazio è tornato museo di se stesso (sarà aperto da martedì a domenica dalle 10 alle 19) delle «idee trasformate in invenzioni e delle invenzioni trasformate in macchine da utilizzare nella vita di tutti i giorni»: dalla mitica Lettera 22 esposta al MoMa di New York, alla Lexicon 80 disegnata nel 1948 da Marcello Nizzoli e progettata da Giuseppe Beccio che fa anch'essa mostra dì sè nello stesso museo, alla calcolatrice elettromeccanica scrivente Divisumma 24 che, nel 1957, costava 325 mila lire ed era talmente precisa da resistere sul mercato per una quindicina d'anni. E ancora: la portatile Studio 44 del 1952, le macchine da calcolo Summa 15 (1949) Multisumma 22 ed Elettrosumma 22 - entrambe del 1958 - sempre disegnate da Nizzoli su progetto di Natale Capellaro. Laura Olivetti, presente all'inaugurazione alla quale hanno partecipato, tra gli altri il sindaco di Venezia, la presidente del Fai, Ilaria Borletti Buitoni, e il vicepresidente esecutivo Marco Magnifico, vede coronato un sogno: «Quando passavo davanti al negozio, in questi anni, ricordavo come e quanto mio padre l'avesse voluto e amato. Giravo la testa dall'altra parte, non potevo vederlo in quelle condizioni. Oggi entrare in questo luogo, non solo per me, è come essere trasportati in un'atmosfera felice».