Un luogo d'arte e la testimonianza di un architetto ormai tra i grandi di sempre Un restauro filologico maniacale come Scarpa Le pressioni sulle Generali alla fine hanno successo Ma tutto ha inizio dall'attività di tutela dei progetti scarpiani Da ieri c'è un'isola in più a Venezia: un'isola estetica, della memoria, della cultura: fatta di materiali che portano all'immaterialità. E' un'isola in piazza, in Piazza San Marco, un'isola nel luogo più topico del mondo, lambita non da acque ma da bellezza straripante. Ma è un'isola, delimitata da due vetrine e da un mito riaffiorante: Olivetti. E' di nuovo, perché fino a ieri era, il negozio Olivetti, quello delle macchine per scrivere, ma soprattutto quello di Adriano Olivetti e Carlo Scarpa. Due intelligenze razionali e visionarie insieme, che si incrociano, si capiscono e soprattutto producono. Il negozio Olivetti era una vetrina per l'azienda (non si vendevano prodotti, quindi non era un negozio, se non nel senso latino di contatto, scambio, accordo: lì dentro non correva il denaro) ed è diventato un grumo atomico di architettura: un concentrato di quanto Carlo Scarpa pensava, disegnava, costruiva. Un piccolo manifesto, pochi metri quadrati, ma così pregni di architettura che anche allora si differenziava: figurarsi oggi, che il tempo ha decantato meriti e demeriti, brutture e bellezze, ragioni e torti. Ecco perché oggi è un'isola in più per Venezia separata dall'infimo architettonico corrente, divisa dall'omologazione sciatta, rifulge come una goccia d'acqua attraversata dal sole. Eppure la vetrina è lì allineata tra un gioielliere e un tabaccaio. Ma bastano le porte, un telaio di ferri linearmente minuziosi, dal movimento complicato ed elegante, una danza sinuosa per una manciata di secondi, per capire che si entra in un altro mondo. Un mondo - lo dice il figlio di Carlo, Tobia Scarpa - fatto di una ricerca poetica, dove il cesello nasce dal crogiolo della razionalità, linee, spigoli, fori, in un florilegio di particolari che tutti assieme connotano il tutto: tutto che è l'idea portante, l'interpretazione dello spazio. Così si conviene, con Francesco Dal Co, che Carlo Scarpa «è un grande architetto di sempre», non del Novecento. Lui che si definiva architetto bizantino, e si capisce bene perché. Basta salire al piano superiore (ammezzato) del negozio Olivetti e guardare il disegno del chiavistello di una porta di servizio. C'è tutto Scarpa li dentro: il nitore, la pulizia, la ricerca, la curiosità, la tradizione. In un chiavistello disegnato con l'amore di un edificio. E così per gli inserti di ottone tra le pietre, gli angoli a sbalzo che si inseguono con inventiva stretta dalla logica, e via guardando. E' tutto da guardare, il negozio Olivetti restaurato: è una sua lezione in vivo. Dentro a questa resurrezione ci sono tre capolavori: uno è visibile, ed è il negozio. Gli altri due sono più nascosti: il restauro e la diplomazia. Il restauro è stato maniacale come lo era Scarpa, ed è la chiave del risultato doveroso ma strepitoso. Dicono sia costato una cifra consistente, perché tutto è stato ripreso in mano appunto da mani sapienti, niente sostituito, tutto recuperato. Ne è valsa la pena. L'altro miracolo è la diplomazia: quella di tutti, che con voce unanime hanno ringraziato le Assicurazioni Generali perché hanno permesso l'operazione. Ora, onore al merito, ma da trent'anni Generali non sapeva di avere quello che aveva, il negozio Olivetti era una voce dell'elenco «rendite», visto il cospicuo affitto ricavato. Per l'ex presidente del gruppo Antoine Bernheim «non si trattava di una priorità», per l'attuale management «si sono dovuti prima superare tutti i vincoli contrattuali», cioè attendere la scadenza del contratto. Fatto sta che da anni in molti pressavano per lo scempio di quel negozio intriso d'arte architettonica ridotto a suk di chincaglieria vetraria: il comune, il Comitato paritetico Carlo Scarpa, la stampa, i cittadini. Finalmente, Generali si sono decise, e hanno scontato il proprio peccato di cecità agendo prontamente, da quella primavera del 2009. Hanno preferito il Fai, Fondo Ambiente Italiano, al Comune e al suo sistema museale, per l'affidamento della gestione. Con qualche mal di pancia veneziano. Ieri si è celebrata questa consegna, ed è stato appunto il trionfo della diplomazia che ha esaltato solo i meriti recenti di Generali. Il Fai raccoglie il frutto di un pressing deciso e promette un futuro radioso: ha prevalso per questo. Non ci ha messo un euro, ma il proprio prestigio: da oggi la sua gestione sarà certosina, promette, con la coscienza di avere per le mani quell'isola felice di cui si diceva. Altri comprimari ieri purtroppo negletti, citati solo en passant nel giorno dei fasti milanesi e triestini. Per esempio la Regione, che di suo su Scarpa, sul suo recupero e valorizzazione lavora dal 2002: con un esborso di circa quattro milioni di euro, ieri passati sotto silenzio. Per il rilievo critico del negozio, passaggio fondamentale prima del restauro, la Regione ha dato al Cisa di Vicenza 50 mila euro, gestiti poi dalla Soprintendenza che ha affidato l'incarico ad un architetto veneziano, Alberto Torsello: nessuno l'ha ringraziato, ma il primo mattone l'ha messo lui. Così come il Comitato paritetico per Carlo Scarpa, attivo da anni: quello che gestisce l'archivio del geniale architetto, l'ha preservato e messo in rete. Gente che ha lavorato, da Pio Baldi ad Angelo Tabaro, al colpo di reni dell'ex governatore Giancarlo Galan che ha tenuto le carte di Scarpa in Veneto, a Guido Beltramini del Cisa, ad Aldo Businaro finché era vivo, alle denunce di Elio Armano. Tutto è bene quel che finisce bene. Anzi, che ricomincia bene.