è stata Margaret Thatcher a mettere in moto il circolo virtuoso che ha portato la Gran Bretagna ad essere il Paese più all'avanguardia nel campo dei rapporti tra imprese e arte: a sottolineare il ruolo dell'ex premier e soprattutto a ricordare la strada percorsa da allora è Sylvia Lahav, consulente della Tate Modern, il museo di arte contemporanea di Londra. Quando e come è iniziato il cambiamento culturale che ha trasformato i legami tra privato e arte in Gran Bretagna? Nel 1987 quando ho cominciato a lavorare alla Tate alcune imprese finanziavano grandi mostre, ma non c'era nessun tipo di sponsorizzazione per programmi di formazione o altri tipi di eventi. Il governo Thatcher ha tagliato i fondi ai musei, costringendoli a farsi parte attiva e a cercare sponsor e fondi non statali. Da questa situazione forzata sono nate idee nuove e meccanismi innovativi per stringere e mantenere il legame tra arte e imprese. Adesso i due mondi sono vicini e in sintonia, non esiste più il divario che un tempo sembrava incolmabile. C'è stata una integrazione naturale e assolutamente positiva; d'altronde ormai un'impresa per avere successo deve essere creativa e quindi, in un certo senso, artistica. Come si colloca l'Italia rispetto alla Gran Bretagna? Non c'è stato ancora quel cambiamento culturale che incoraggia le imprese ad investire nelle arti. Manca quella convinzione ormai radicata in Gran Bretagna che il legame è di reciproco beneficio, che si tratta non di una donazione ma appunto di un investimento che va a vantaggio dell'impresa. Un fatto è sorprendente: le stesse imprese che in Gran Bretagna sono grandi sponsor delle arti, quando operano in Italia non investono affatto in cultura. Perché? La risposta è che il clima è diverso, non ci si aspetta che l'impresa dimostri di avere una coscienza sociale. Per un'azienda anche l'investimento in arte deve avere un ritomo, in termini di prestigio, visibilità e immagine. Un'altra ragione è che da noi la definizione di cultura è stata molto ampliata e rinnovata e comprende ora tutto ciò che arricchisce il nostro spirito, dalla pittura alla danza, dalla musica alla moda. In Italia, invece, si tende ancora a limitare la cultura, ad esempio, alla pittura classica. Questa visione tradizionale di cosa è arte e cosa è cultura dal punto di vista delle imprese rappresenta un limite. Qual è la strada migliore da percorrere per favorire questo cambiamento culturale? Innanzi utto non partire dal presupposto che lo Stato deve sovvenzionare le arti, un'aspettativa che porta a un sistema stantio e poco alutare. Né pensare che il privato si debba sostituire al pubblico. L'unico modello che funziona è quello di "economia mista": un mix di sussidi pubblici, sponsorizzazioni o donazioni e guadagni propri. Il sostegno del Governo è di importanza cruciale. In Gran Bretagna i musei hanno compreso da tempo che non basta più aprire le porte e affiggere qualche poster in città. Ormai è necessario lavorare in modo creativo e innovativo per attrarre più visitatori e sempre nuovi "clienti", come i giovani o le persone di diverse etnie e tradizioni culturali. Formazione e marketing sono quindi ormai due componenti irrinunciabili di un museo di successo? Certamente. In ogni museo britannico uno stuolo di persone si dedica solo alla formazione, con diversi campi d'azione, dai bambini, consumatori di cultura del futuro, agli adulti, dalla comunità a gruppi di disabili. 1 musei devono scendere dal piedistallo, rendersi attraenti e appetibili e cercare di attrarre un pubblico più vasto, anche collegando eventi diversi, ad esempio una serata di danza indiana e l'ingresso gratuito a una mostra. E quando una mostra è in corso organizzare non lezioni formali ma conversazioni, sessioni a domanda e risposta con il pubblico, per incoraggiare anche i neofiti ad entrare nel mondo dell'arte. In Italia gli esempi positivi ci sono, ma non sono ancora abbastanza. Dietro i successi ottenuti in Gran Bretagna ci sono rischi o aspetti negativi? Nella corsa ad attrarre nuovi "consumatori di arte" con proposte nuove e alternative si rischia di alienare o trascurare i visitatori più tradizionali dei musei. Per incoraggiare la danza moderna o la musica contemporanea, ad esempio, si dimentica che i musei devono restare spazio di contemplazione e silenzio, luoghi dove nutrire lo spirito.
Londra insegna: ai musei serve anche un buon marketing
Sylvia Lahav, consulente della Tate Modern, ricorda che il cambiamento culturale che ha portato la Gran Bretagna a essere il paese più all'avanguardia nel campo dei rapporti tra imprese e arte è stato iniziato nel 1987 quando il governo Thatcher ha tagliato i fondi ai musei, costringendoli a cercare sponsor e fondi non statali. Questo ha portato a idee nuove e meccanismi innovativi per stringere e mantenere il legame tra arte e imprese. Oggi, le imprese e le arti sono vicine e in sintonia, e un'impresa per avere successo deve essere creativa e quindi, in un certo senso, artistica.
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