Niente effetti speciali né commissari ERCOLANO. "Quando David Woodley Packard arrivò a Ercolano, la sua idea era di finanziare nuovi scavi. Poi parlò con gli esperti e si convinse che la priorità era la conservazione», spiega lo staff che da dieci anni si occupa del sito archeologico vesuviano, 4,5 ettari a cielo aperto che raccontano di come si possa curare il bene pubblico senza commissari straordinari. Una prima sponsorizzazione siglata nel 2001 e poi un contratto con la soprintendenza nel 2004, attori gli enti pubblici italiani e la Herculaneum Conservation Project, cioè il Packard Humanities Institute, la fondazione statunitense senza scopo di lucro del colosso dell'informatica Packard Bell, un investimento di 15 milioni di euro con il contributo della British School at Rome. Il guadagno della multinazionale è negli sgravi fiscali ottenuti in un paese dove le tasse si pagano. Niente crolli a Ercolano né animazioni in 3d, come a Pompei, ma il coinvolgimento internazionale come il Getty Conservation Institute, l'accademia di belle arti di Dresda e centri di ricerca di New York e Berlino per una mappatura satellitare dell'area e un piano di interventi che è partita dalla manutenzione ordinaria per arrivare poi all'apertura selettiva di aree che fosse poi possibile mantenere in sicurezza, fino al raccordo con la città contemporanea per creare un organismo unico che parte dalle rovine e arriva all'oggi, «non la sostituzione ma il potenziamento del pubblico spiega la soprintendente di Napoli e Pompei, Teresa Elena Cinquantaquattro con uno staff multidisciplinare di ingegneri, architetti e tecnici». In dieci anni di attività sono stati censiti 1.304 ambienti fino al 2006 e poi 1.852 nel 2011, l'80 delle coperture è stato messo in sicurezza. E' stato riaperto il Decumano Massimo con la Casa del Doppio Portale, il portico a colonne e gli elementi lignei carbonizzati ma intatti. Saranno poi riconsegnati al pubblico la Casa del Rilievo di Telefo e l'Antica Spiaggia con il suo percorso fino alla Villa dei Papiri. Riadattate le fogne romane, si lavora anche ad aprire i tunnel sotterranei borbonici per arrivare all'antico teatro, sotto la città nuova. Studio su malte naturali accanto a strumenti per rilevazioni non invasive, antiche tecniche di conservazione e tecnologia avanzata, lo scopo è la tutela rimandando a una seconda fase il restauro. Niente effetti speciali e scoperte sensazionali, eppure qui i privati ci sono, senza inventare fondazioni e senza i disastri di Pompei. Come è possibile lo spiega Stefano De Caro, membro del comitato scientifico ed ex direttore generale dei beni archeologici: «Negli anni '50 e poi nei '70 a Ercolano ci sono stati continui scambi con gli studiosi stranieri, un elemento che a Pompei è sempre mancato. Invece di perdere tempo a inseguire sponsor interessati agli scoop o chi lo sa quale tecnologia avveniristica, è necessario che ci sia certezza dei bilanci pubblici per programmare gli interventi ordinari». Una filosofia diversa e lontana da quella illustrata la scorsa settimana dal neo ministro ai beni culturali Giancarlo Galan e dal governatore campano Stefano Caldoro per Pompei, dove certo i problemi sono maggiori perché distribuiti su un'area di 66 ettari. La ricetta proposta per gli scavi più famosi recitava un nuovo giro di mappature in 3d, nuovi scavi affidati a sponsor privati, aumento del biglietto fino a 25 euro e magari nuove occasioni di guadagno per i privati con la creazione di una Società di trasformazione urbana per sfruttare le aree esterne agli scavi, cioè speculazioni su suoli in zona rossa ad alto rischio vulcanico e protette da vincoli paesaggistici. Il Packard Humanities Institute, nei prossimi anni, cederà progressivamente la competenza alla soprintendenza lasciando il sito di Ercolano vivo e vitale: il suo staff è già stato coinvolto su altre aree archeologiche campane, ma per quanto riguarda Pompei, nessuna chiamata.
Quando il modello Ercolano vince sui disastri di Pompei
Il sito archeologico di Ercolano, in Campania, ha ricevuto un investimento di 15 milioni di euro grazie a una sponsorizzazione del Packard Humanities Institute e della soprintendenza. Il progetto, iniziato nel 2001, ha portato alla mappatura satellitare dell'area e al piano di interventi per la conservazione del sito. L'area è stata suddivisa in aree da mantenere in sicurezza e aree da aprire al pubblico. Il progetto ha coinvolto un team multidisciplinare di ingegneri, architetti e tecnici. In dieci anni, sono stati censiti 1.304 ambienti e 1.852 ambienti nel 2011. L'80% delle coperture è stato messo in sicurezza.
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