La Biennale insiste perché rimanga, ma Vittorio Sgarbi vuole lasciare Venezia. Il giorno dopo la bocciatura di Sgarbi alla Soprintendenza, la parola d'ordine è "recuperarlo", cioè convincere il critico ferrarese a non abbandonare la navicella del Padiglione italiano alla Biennale, a un mese e mezzo dall'inaugurazione, come aveva annunciato l'altra sera alla notizia del no ministeriale. Ci ha ripetutamente provato innanzitutto il ministro Galan, che ha spiegato per lettera le sue decisioni a Sgarbi, poi le ha ribadite in varie interviste, e infine ha rilanciato all'inaugurazione del Festival di Spoleto; in sintesi: «Mi dispiace: che Sgarbi sia il più bravo, il più brillante e in grado di dare il maggiore appeal ai Beni Culturali non c'è dubbio, ma non lo potevo nominare soprintendente a Venezia perché le leggi prevedono alcuni titoli e a lui mancava uno in particolare. Non c'è però alcun nesso tra l'incarico di Sgarbi alla Biennale e la mancata nomina a sovrintendente del Polo Museale. Spero che lo capisca e si convinca a ritirare le dimissioni. Se poi dovesse insistere nel suo proposito dovremmo trovare una soluzione, ma si perderebbe una bella dose di originalità». A dare man forte al ministro è arrivato anche dal presidente della Biennale Paolo Baratta l"'invito pressante" a Sgarbi a non dimettersi, assieme all'apprezzamento per il lavoro fin qui svolto: «All'Arsenale è già stato predisposto il nuovo padiglione rinnovato, e per la mostra ha già chiamato vari intellettuali: è un bellissimo esercizio di analisi dello spaccato storico della società italiana e dei suoi rapporti con l'arte che fa del Padiglione Italia un luogo dove si discute e non soltanto si rappresenta». Fino a ieri sera però Sgarbi ha risposto picche. Non solo: ha annunciato anche guerra a Galan, intervenendo su Berlusconi e chiedendo che «il consiglio dei ministri metta in mora il ministro, che è venuto meno alle promesse e ha mancato di continuità con Bondi, facendo un danno allo Stato».