Intervista a Luigi Malnati, direttore generale del settore Antichità del ministero «Modello utile in siti circoscritti» ERCOLANO. «È chiaro che riuscire a mettere insieme uno sponsor come Packard, totalmente disinteressato dal punto di vista del ritorno economico, la Scuola britannica d'Archeologia di Roma, ovvero un istituto straniero di grossa importanza sul piano scientifico, e le forze migliori presenti nell'ambito della Soprintendenza mi sembra un risultato notevole», sottolinea Luigi Malnati, 58 anni, direttore generale delle Antichità, così come si chiama adesso il settore dell'Archeologia del ministero per i Beni culturali. «Oltretutto siamo di fronte a un progetto credibile e con tempi ragionevoli. E questo mi pare sia buona cosa. Specialmente se paragonato ad altre situazioni, che però naturalmente sono confrontabili sino a un certo punto perché la vastità di Pompei, ad esempio, e i problemi che vi si sono accumulati non sono quelli di Ercolano». Quindi il «modello Ercolano» per Pompei non va bene? «Non è esportabile automaticamente. Per Pompei vanno studiati strumenti appropriati perché la situazione, se non altro a livello quantitativo, è talmente ampia che non può essere che studiata a sé». E in campo nazionale? Potrebbe essere Ercolano un punto di riferimento? «Questo bisognerebbe vederlo sul campo perché la realtà di Ercolano, così come quella dell'area vesuviana, è del tutto unica. Ci si ritrova al cospetto di condizioni di conservazione molto particolari perché non si tratta di semplici ruderi ma di situazioni congelate dall'eruzione vulcanica. Insomma, a Pompei e Ercolano ci sono essenzialmente problemi di conservazione. Ecco se devo pensare a un sito con problemi simili penso ai resti monumentali di Roma o a un'area molto circoscritta della Magna Graecia». Quali sono i punti di forza del modello Ercolano? «Credo di poter dire che sono nella grande sinergia tra gli enti coinvolti. E tuttavia non vanno dimenticati gli Enti locali come il Comune, innanzitutto, e la Regione che ha fatto la sua parte rendendo disponibili i fondi europei. Insomma, il punto di forza è la collaborazione finalizzata a portare avanti un progetto studiato da archeologi e da architetti».