«SECONDO me il cervello di un uomo in origine è come una piccola soffitta vuota, e bisogna metterci i mobili che si scelgono. Lo stupido ci mette dentro tutta una accozzaglia di cose,e le nozioni che potrebbero essergli utili restano fuori o nel migliore dei casi si confondono con molte altre cose. Ora, il lavoratore accorto sta molto attento a quello che introduce nella sua soffitta mentale». compongono l' ossatura del progetto artistico di Loredana Longo. Dopo un lungo percorso volto ad approfondire le dinamiche, spesso esplosive, che si agitano all' interno di ogni nucleo familiare, adesso la sua ricerca mira ad indagare le crepe del tessuto sociale. «Sul blocco di cemento - spiega - quattro ragazzi, immigrati nordafricani, sono immobili, supini, tra abiti usurati, stracciati, sembrerebbero svenuti. In questo modo, fermi, bloccati, la loro staticità li rende un tutt' uno con il blocco, il quale al contrario attraverso proprio la loro presenza si anima, trasformandosi in una figura artificiale "umanizzata". Se lo si osserva da lontano il frangiflutti dà l' impressione di essere un' isola, un' isola che fluttua ricolma di gente. Trovo che ci sia qualcosa di romantico e allo stesso tempo di grottesco in questa visione. Era quello che volevo riuscire ad esprimere. Il loro viaggio e il loro approdo oscilla come un pendolo fra la vita e la morte». Con la sua telecamera, Loredana Longo, registra la messa in scena di uno spettacolo spettrale. Sullo sfondo di un mare sereno, in pieno giorno, con la luce del sole ad acuire il dramma, in un' atmosfera claustrofobica, un immigrato si sveglia, si toglie la giacca che rimane attaccata al blocco, salta giù, liberandosi come da un sorta di maleficio, e va via. Dopo un po' la scena si ripete identica: un altro immigrato abbandona quel giaciglio di fortuna, ma, questa volta, rimangono su quel cubo squadrato, coperti di stracci, due corpi. Si intuisce che non si sveglieranno mai. «I ragazzi che ho coinvolto nel mio video, Amin, Hamza, Alì e Aymen Mabrouk, un attore professionista tunisino, vivono nel centro di accoglienza di padre Beniamino a Vittoria, che da anni si occupa di fornire ospitalità ai profughi». «Prossimamente - conclude- girerò un video che documenta l' attività del centro. E poi ho in mente di realizzare un nuovo video, "The Black Blocks", in cui quaranta nordafricani appariranno, vestiti di nero, fra i blocchi frangiflutti del porto». a Palermo. Tutto il sistema della comunicazione, dalla Galassia Gutenberg ai blog, è impegnato costantemente a recuperare un passato sempre più evanescente che sembra sfuggire alla sua indefessa archiviazione. Una sterminata pubblicistica rievoca e ricostruisce il mondo di ieri e dell' altroeri, il tempo che fu, il c' era una volta, il non c' è più. Una memoria di carta ( tema a cui è dedicata il numero della rivista "Margini" che si presenta alle 17 ai Cantieri della Zisa) si va così stratificando tanto copiosamente da divenire illeggibile. E così pure le immagini, le fotografie, i filmati, si accumulano e si susseguono con tale invadenza su ogni tipo di schermo da risultare infine invisibili per un eccesso di evidenza. Lo spazio per i ricordi è ormai esaurito, al pari di noi, come quando sul nostro cellulare abbiamo conservato troppi messaggi, la gran parte inutili. Questa tracimazione della memoria coincide in ultima analisi con l' oblio. È un' amnesia per overdose. Una rimozione, insomma, per sovrapproduzione. Molto più lenta e parsimoniosa è invece la memoria di pietra, il recupero dei monumenti, dei palazzi storici, delle antiche vestigia. Ma anche in questo caso prevale un' ottica di staticità e verrebbe da dire di restaurazione anziché di vitale restauro. Il tessuto sociale continua infattia disgregarsi nonostante qualche valido ripristino. La memoria trova sede, ma pare rintanarsi in se stessa. La grande insidia è certamente la retorica della memoria. Ma più sottile e infida è la tentazione di volgersi all' indietro per distogliere gli occhi da un presente inguardabile. Scatta così il ricatto della nostalgia. Tutto il prima sembra migliore. E probabilmente lo è. Anche perché la comparazione confronta qualcosa con il nulla. L' era glaciale del sindaco Cammarata ha sortito un effetto d' ibernazione. Si è fermato il tempo. Si è congelato. E siamo rimasti cristallizzati in una specie di eterno presente, di adesso-sempre-uguale, senza evoluzione, senza alcuna soluzione ai problemi endemici della città, senza storia, senza progresso, senza domani. Le stesse emergenze appartengono a una serialità immutabile, quasi rituale. Il disastro, tutt' intorno, ha la fissità di un riallestimento teatrale. La stessa immondizia è divenuta una sorta di scenografia, di fondale inalterabile da mirare con apatia. Smentito da una lunga serie di apparizioni televisive, il teorema dell' invisibilità del sindaco si è declinato in una più sofisticata mimetizzazione inerte. Acquattato in questo nonnulla, Cammarata ha consumato il suo non-tempo fin qui, senza azzardare alcunché di memorabile. Nella stasi diuturna (sebbene apparente, ché la città sprofonda nella sua stessa palude con impercettibile ine«Non vuole altro che gli strumenti che lo possono aiutare nel suo lavoro e ne ha un vasto assortimento, tutti in perfetto ordine. È un errore pensare che questa stanzetta abbia muri elastici che possono allargarsi all' infinito». L' opinione è autorevole. A esporla, nell' ineguagliabile prima parte di "Uno studio in rosso", è il mitico Sherlock Holmes, uno che di cervelli e di tecniche mnemoniche se ne intendeva parecchio. Attuale o obsoleta, la teoria ci fa gioco per ribadire una verità inoppugnabile, ossia che per gli eccessi di memoria si può rischiare la paralisi o quanto meno lo stallo: sindrome che potremmo definire di Funes (o funesta, con icastico calembour) dal nome del personaggio - "el memorioso" - di un racconto di Borges condannato a ricordare ogni infinitesimo particolare. Proprio in un simile immobilismo rimembrante, a volerlo così definire, ci troviamo