L'installazione resterà in piazzetta Reale fino al 10 luglio. Mostra a Palazzo MILANO. Dovrebbe resistere ai caldi torridi e alle piogge monsoniche che, ormai da tempo, senza preavviso rallegrano Milano. Anzi, ogni tanto le daranno una rinfrescata, una passata di brillantezza. Chissà se, aggirando telecamere e vigilantes», anche i milanesi tenteranno di portarsi a casa qualche manciata d'arte, come fecero, per tradizione scaramantica, nel 1995, i napoletani in piazza del Plebiscito. "Montagna di Sale" atto terzo: la suggestiva installazione di Mimmo Paladino, ideata nel 1990 dal maestro della Transavanguardia nella distrutta Gibellina come scenografia per uno spettacolo di Elio De Capitani, è infatti riapparsa a Milano, in piazzetta Reale, dove rimarrà sino al 10 luglio. Location di riserva, dopo lo sfratto da piazza del Duomo, riservata, poco artisticamente, ai comizi elettorali, alle celebrazioni del 25 Aprile e del 1 Maggio e, già che ci siamo, all'arrivo del Giro d'Italia. HA FINITO per fare buon viso a gioco cattivello, Paladino. Anzi, ha persino espresso una quasi doverosa soddisfazione: «Per me questa installazione è un po' come "Miracolo a Milano" di De Sica». Un'installazione che riassume l'estetica dell'artista nato nel 1948 a Paduli, nel Beneventano, debutto nel magmatico universo dell'arte nel 1968, appena ventenne, sponsor Achille Bonito Oliva. I trenta cavalli, interi o in parte emersi o riemersi dalla candida montagna, reperti di un'archeologia fantastica, testimonianze di un'oscura sconfitta, ma forse, nella loro fatica, nello sforzo di non rinunciare all'ascesa, o all'ascesi?, simboli di speranza, hanno l'indubbio profilo di archetipi, reliquie classiche trasferite in un contesto contemporaneo. Una scultura che combina memorie, anche private, e astrazioni. «L'ARTE non è mai un fatto di superficie fine a se stesso, né di abbandono viscerale ad atteggiamenti poetici. L'arte è sempre indagine sul linguaggio», è la precisa dichiarazione d'intenti di Paladino. Che nel gioco dei linguaggi, nella loro commistione, è da sempre maestro. Da quel celebratissimo, ormai storico "Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro", datato 1977, entrato nella storia dell'arte come modernissimo archetipo, quello del ritorno alla pittura come arte del dipingere. Presente fra le cinquanta opere che Flavio Arensi, curatore della mostra, ha raccolto al piano nobile di Palazzo Reale, a raccontare, scandito in otto sale, l'eclettismo stilistico di Paladino. La statuetta di San Gennaro accompagnata da una bandiera rossa. Gli intrecci dagli echi longobardi discesi al Sud di figure umane, animali e piante. Le sculture dei "Dormienti" vegliate da un affresco fluorescente e cullate da una colonna musicale. Anche un aereo, asceso a opera d'arte, nell'Ottagono della Galleria: un "P.180 Avanti II", modello Piaggio, trasformato in "Cacciatore di Stelle", modello Paladino.