"Non servono più soldi ma la capacità di spenderli", ha affermato nei giorni scorsi, in visita a Pompei, il ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan. E in effetti saranno pure pochi e costantemente in calo, come si sostiene da più parti, ma per quanto insufficienti i fondi destinati al ministero dei Beni culturali non vengono impiegati in toto. Grosso modo solo una metà, infatti, viene effettivamente spesa. A fare il punto della situazione economica è una circolare che il direttore generale al Bilancio, Mario Guarany, ha inviato nelle settimane scorse a tutti gli istituti centrali e periferici: "Monitoraggio contabilità spedali e conti di tesoreria unica al 31 dicembre 2010". Un documento che in 16 pagine di tabelle e grafici delinea le difficoltà di spesa del Collegio romano e mostra un assunto "inquietante" nell'anno delle polemiche per i tagli alla cultura: "Il rilevamento dei dati al 31 dicembre 2010 (...) evidenzia una disponibilità finanziaria pari a 545.231.631,09 euro corrispondente al 55 del totale delle entrate, ammontante 991.297.847,23". Ad avere le maggiori difficoltà a impiegare le risorse assegnate risultano essere le Sovrintendenze architettoniche (che nel 2010 hanno impiegato il 38 per cento delle loro risorse), seguite dalle direzioni regionali, con 174 milioni su 442 a disposizione (il 40 per cento). Il panorama è vario e a "soffrire" maggiormente sono proprio le sovrintendenze spelali, dove i residui passivi salgono fino al 69 per cento. Considerata la situazione del sito archeologico, per esempio, fa un certo effetto vedere che a Pompei lo scorso anno sono rimasti in cassa 28 milioni e 988 mila euro, il 57 per cento dei 50 milioni a disposizione. La situazione non è migliore alla soprintendenza archeologica di Roma (residui di cassa pari all'80 per cento), al Polo museale di Venezia (78 per cento), all'Archivio centrale dello Stato (79 per cento). Col caso dell'Opificio delle pietre dure: su un 1,12 milioni a disposizione, l'istituto fiorentino ne ha spesi 153 mila (il 13 per cento). Il record lo hanno segnato la soprintendenza archeologica di Sassari con 27 mila euro spesi su 823 mila disponibili (il 3,25 per cento) e quella archivistica di Sondrio con 66 mila euro impegnati su un milione e 220 mila (5,45 per cento). Ma spiccano dati anche di piccole realtà dove i residui sono elevatissimi: dalla Sovrintendenza ai Beni architettonici di Novara (89 per cento). Si sbaglierebbe però a pensare che le difficoltà di spesa riguardino solo il presente. Neppure la "serie storica" dei residui passivi risulta essere infatti migliore: la capacità di spesa del Mibac è rimasta immutata negli ultimi 15 anni e dal 2002 a oggi non è mai andata oltre il 55 per cento. "I problemi sono tanti, si va dalla progettazione, che deve essere molto accurata, al codice dei contratti, che ha una normativa particolarmente stringente", afferma Isabella Lapi Ballerini, ex direttrice dell'Opificio delle pietre dure e ora alla guida della direzione regionale di Puglia. "C'è anche da considerare la scarsità del personale - aggiunge la sovrintendente al Polo museale romano, Rossella Vodret -. Con tre direttori amministrativi si potrebbero fare contemporaneamente più gare, noi ne abbiamo solo uno e di conseguenza fa quello che può". Ma c'è anche chi punta il dito contro il modus operandi interno: bandi legati a progetti di massima spesso non abbastanza precisi anziché capitolati dettagliati specifici, basati su computi metrici. Il rischio, in ogni caso, è che questa incapacità di utilizzo di traduca in una penalizzazione economica: il decreto Tremonti (il n. 78 del 2010) prevede infatti il "definanziamento delle leggi di spesa totalmente non utilizzate negli ultimi tre anni".