Viaggio nel museo di arte contemporanea che, un anno dopo l'inizio del braccio di ferro con la Regione, versa in uno stato di agonia: "Non pagano né stipendi né bollette" Ciò che resta del Madre se ne sta, mezzo protetto mezzo nascosto, dietro un citofono. Quel bottoncino da premere sul piperno di Palazzo Donnaregina è infatti l'illusoria chance che resta al turista che abbia la sventura di capitare al Museo di arte contemporanea di Napoli dopo le 14.30, trovandolo chiuso. "Mi spiace, il museo è aperto solo al mattino. Quattro ore, dalle 10.30 alle 14.30", risponde dall'interno una guardia giurata. Why? "Perché? Perché non pagano gli stipendi e le bollette, e non sappiamo che cosa ne vogliono fare". Parole pronunciate più a se stessi, nel rimbombo di quell'enorme parallelepipedo bianco ormai sempre più vuoto, che all'ineffabile visitatore straniero. Eccolo, lo stato dell'arte (contemporanea) nella settimana della cultura appena inaugurata a Napoli dall'assessore regionale Caterina Miraglia. Al 79 di via Settembrini, dove importanti opere d'arte custodite o prestate (ancora per poco) a Napoli osservano lo stesso orario dei mercatini rionali, dove lo splendido Palazzo Donnaregina diventa fruibile per gli stessi minuti in cui è accessibile una rivendita ambulante, il Madre è destinato all'agonia dei corpi non più desiderati: né dall'istituzione regionale che lo rigetta come "creatura" da resettare e rimodulare; né dalla comunità che lo riteneva un contenitore altrui; l'unica difesa, virtuale e ormai inutile, è quella della comunità internazionale degli artisti, dei cultori e degli appassionati di ogni cittadinanza. E si risolve anche nella solidale staffetta tra le opere che hanno già lasciato il Madre per raggiungere il museo Mart di Rovereto. "Ovviamente, le consideriamo un prestito generale. Appena il museo Madre sarà in grado di riottenerle e le potrà ospitare, noi ci riteniamo suoi alleati", ha già assicurato la tenace direttrice, Gabriella Belli. È in questa stessa città che l'altro giorno, al teatrino di corte di Palazzo Reale, si apre un convegno non inedito, con ospiti autorevoli. Rilancia l'eterna - e indispensabile - sfida all'imprenditoria privata a favore dell'arte. Tornare al Madre, un anno dopo l'inizio del braccio di ferro tra il nuovo governo regionale e la gestione del museo, racconta le intenzioni di chi governa e di chi gestisce più di mille comunicati e duelli verbali. A terra, nell'androne, cartacce e qualche segno della mancata manutenzione. Tralasci l'ascensore. Sali le scale per raggiungere i bagni, e ti accorgi un po' ovunque che il contributo delle imprese di pulizie è stato sensibilmente contratto: due ore al giorno solo per tre gioni, su settemila metri quadri di museo. Nei bagni, manca la carta igienica. Esattamente come al terzo piano, quello degli uffici, inaccessibili ai (pochi) visitatori, manca la carta per le stampanti e i fax. Racconta uno dei dipendenti. "I ragazzi che lavoravano al Museo ormai prendono la scopa e il panno per rendere qualche stanza più ospitale". Chi avesse attraversato quegli ambienti negli anni della celebrata - anche a dismisura - epopea bassoliniana dell'arte, non potrebbe non notare la distonia. Oggi, quei muri bianchi non sono più il fondo puro su cui si stagliano le opere dei grandi Kounellis, o di Schifano. Ma raccontano il vuoto di pareti spogliate. Dal secondo piano sono già partiti i grandi neon che componevano l'opera di Giulio Paolini, e poi le creazioni di Mario Merz e Domenico Bianchi. Altri, annuncia la guida, "stanno per lasciare. Tutte quelle richieste di artisti che rivogliono indietro le opere mica erano finte. Il collezionista Ernesto Esposito, ad esempio, ha ritirato alcune grandi opere. L'aria che tira è brutta". A quell'ultimo piano, proprio come i samurai trasfigurati delle opere d'avanguardia passate negli anni al Madre, dietro una scrivania c'è Eduardo Cicelyn. Che non si perde d'animo, e anzi incessantemente spiega. "Mi ha molto favorevolmente colpito la limpidezza con cui il nuovo membro del Consiglio di amministrazione, il professore di diritto Natalino Irti, abbia espresso le sue perplessità sulla revisione dello statuto. Nell'ultima riunione ha fatto sapere che introdurre l'elemento dei fondatori-imprenditori, di tre anni in tre anni può introdurre incertezza e instabilità economica. Ma soprattutto, colpisce che un giurista si dica molto favorevolmente sorpreso dalla buona fama che il Madre ha seminato in giro per l'Italia e all'estero. Forse, l'unica che non vuole vederlo resta la Regione". Mentre all'ultimo piano, l'impiegato Armando ha messo un cartello sulla scrivania "Ufficio stipendi smarriti", l'eterno dissidio si riproporrà questa estate. Spiega Cicelyn: "Se continueremo a stare aperti per 4 ore al mattino anche in estate, quando arrivano tanti turisti, meglio chiudere. E il paradosso è che, a dispetto di accuse generiche che ci vengono indirizzate, noi abbiamo conservato soldi dei fondi passati: oggi abbiamo da spendere circa 700mila euro, che sono lì, in cassa. Ma non possiamo gestirli perché, in virtù dello stop imposto dalla Regione, nessuno ci anticipa nulla. Malgrado tutto, tre mostre sono in programma per questo scorcio di primavera. Sabato prossimo si inaugura, nella avvolgente chiesa di Donnaregina, la mostra dell'artista britannica Rachel Howard, "Repetition is truth", ovvero "La via dolorosa", l'ultima quaresima del Madre.
Madre, il museo dimenticato: "Manca tutto, anche la carta"
Il Museo di arte contemporanea di Napoli, noto come Madre, versa in uno stato di agonia a un anno di distanza dall'inizio del braccio di ferro con la Regione. Il museo è chiuso alle 14.30 e i visitatori sono costretti a lasciare. La direzione del museo afferma che il museo non paga gli stipendi e le bollette, e non sa cosa ne farà il denaro. Il museo è stato chiuso anche per la settimana della cultura, che è stata inaugurata dall'assessore regionale Caterina Miraglia. Il Madre è destinato all'agonia dei corpi non più desiderati, sia dall'istituzione regionale che dalla comunità.
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