Nel mondo perfetto, Villa Reale di Monza sarebbe restaurata dall'ente pubblico, con i più qualificati restauratori, per farne un grande museo del Neoclassicismo. Non c'è bisogno che Margherita Hack o Rita Levi Montalcini lo spieghino. Ma il nostro, come mostrò Voltaire, non è nemmeno il migliore dei mondi possibili. E dunque, se si trovano 25,7 milioni di euro di cui 8 a carico di un privato per un restauro, è meglio iniziare questo piano di recupero piuttosto che lasciarlo precipitare nel pozzo nero dove sono finiti i precedenti 180 progetti di salvataggio della villa. Certo, per sistemare tutte le 740 stanze dell'ex residenza estiva dei Savoia, e non solo la parte nobile, servirebbero 110 milioni. Ma tutti questi soldi insieme, dalle nostre parti si sono visti solo nella vasca da bagno di zio Paperone. Meglio dunque affidarsi a un'impresa privata, quella che ha vinto il concorso a due indetto dalla Regione. Sperando che certificazioni Iso e carte in regola presentate corrispondano, per una volta, a un autentico senso di responsabilità, di cui il Paese ha bisogno. Il problema è che il complesso del Piermarini, con i suoi 700 ettari di parco, è qualcosa di enorme per le società non assolutiste. E' come una balena spiaggiata ai margini di fossi dove sguazzano alborelle di cinque centimetri. Si dirà: e allora a Versailles e ad Hampton Court come fanno? Risposta: ma sapete quante sono le Residenze sabaude? Quante le ville nobiliari lombarde? Quante le ville Venete? Solo quelle Venete sono cinquemila. Poi potremmo passare al censimento dei castelli e delle cascine... Quante tasse siamo disposti a versare per conservare tutto nel modo migliore e costoso che le tecnologie oggi mettono a disposizione? Sapete quanto costano le stereo- microscopie delle murature? E le resine per la conservazione? La tecnologia è avanti, più avanti della finanza e delle istituzioni, sebbene queste ultime, dopo decenni di bla-bla e litigi si siano mosse con coerenza cercando di unire la governance del complesso. Il problema non è che si apra un ristorante con risotto alla monzese in una villa nata per le feste, e nemmeno che si scattino foto di matrimonio sotto i faggi napoleonici di un parco nato per festeggiare le ricorrenze. Il problema è molto al di sotto delle valutazioni sul riuso: è che funzioni. E un primo problema è la concessione ventennale degli spazi restaurati data ai privati (al Consorzio pubblico di gestione resterà a disposizione poco più di un mese all'anno), che appare lunga per i ritmi dell'organizzazione sociale. Un altro, che già si prospetta, è l'italianissimo ricorso al Tar. Oltre a quello annunciato dal coordinamento «La Villa è anche nostra», ieri, dopo l'apertura delle buste, il gruppo Sacaim (l'altro concorrente) ha rilasciato una dichiarazione che assomiglia all'anticamera di una battaglia legale: «Siamo sorpresi dall'esito della gara. Chiederemo alla commissione giudicatrice l'accesso agli atti per verificare quali siano stati gli elementi dell'offerta vincitrice». Tutto legittimo: ma se partiamo con Tar e Consiglio di Stato poi non chiediamoci perche in tutto il mondo funzionano le cose e qui no.