Andare a Pompei è emozionarsi nell'entrare in un mondo antico che è stato il nostro passato. È entrare, spogliandosi della contemporaneità, tra muri che non sono cadenti, per strade che non sono vuote, in una città che non è silenziosa. È vedere i colori vivaci degli abiti che indossavano, delle insegne dei negozi, delle pubblicità elettorali sulle pareti, è sentire le voci di chi invogliava agli acquisti più disparati o il brusio di politicanti o uomini d'affari che si scambiavano opinioni osi promettevano favori; è sentire il rumore delle ruote dei carri sulle strade, è anche sentire odori, o cattivi odori, di cibi venduti in strada o di urina, ottimo sgrassante, utilizzato nelle fulloniche. Entrare a Pompei è tutto questo, forse solo per pochi, e dovrebbe esserlo invece per tutti. Ma poi, usciti da quel mondo, si torna bruscamente alla realtà nel constatare che quei muri, che non hanno colore politico (per quanto il rosso imperi!) hanno invece una gestione politica. Ognuno di noi può avere una preferenza, ma l'umanità, il Patrimonio dell' Umanità, non è né di destra, né di sinistra, anche se negli anni gli avvicendamenti politici sono stati deleteri per questo luogo dove si collabora per il buon funzionamento della macchina se la parte politica è la stessa di appartenenza, altrimenti, all'opposizione al solito non costruttiva, si fa di tutto per contrastare. Come se anche gli scavi in quel periodo fossero all'opposizione e questo tutto a danno del Patrimonio. Dopo la politicizzazione c'è il problema della gestione, sembra che per Pompei non ci sia pace: non si riesce ad individuare la giusta forma gestionale. L'autonomia introdusse il ruolo del city manager, figura che affiancava il soprintendente, stabilendo una divisione di compiti alquanto logica: al soprintendente la responsabilità della tutela e della conservazione del patrimonio archeologico; al city manager quella della valorizzazione. Pompei conobbe un buon periodo, poi, le difficoltà di collaborazione tra i due - e scelte poco felici dei city manager - hanno riportato gli scavi ad una mediocrità gestionale che tale luogo non merita. Eliminata la figura del city manager, il danno maggiore è derivato dall'unificazione della Soprintendenza di Pompei con quella di Napoli, estendendo la competenza ad un'area di una vastità senza limiti, costringendo il soprintendente, riuscito a rimanere alla guida della stessa soprintendenza per ben 15 anni, ad un'estenuante staffetta dove la peggio la ha ancora una volta Pompei che merita una dedizione di tempo più che full time. Poi dal ministero, anzi, proprio dal governo, arriva un commissario, anzi due, che tanto si sono prodigati per gli scavi facendo rivivere a Pompei "l'età dell'oro". ll problema è la mancanza di previsione della continuità di quanto si mette in campo. Terminato il commissariamento, perché sono venute meno le ragioni che lo avevano determinato, Pompei è ritornata nella sua mediocrità gestionale, con l'aggravante di aver conosciuto (luoghi e persone) le potenzialità di quanto di buono si potrebbe fare per valorizzare l'area archeologica più importante d'Italia. Sarebbe bastato prevedere un passaggio di consegne graduale dei progetti messi in campo, e si sarebbe potuti andare via sapendo di aver lasciato "in buone mani" quanto realizzato con sudore e dedizione, mani capaci di gestire e valorizzare e non solo formate per "manutenere". Ma che dal governo derivino le scelte sbagliate è indubbio e ne sono capaci sia destra che sinistra, senza esclusione di colpi. L' incapacità di comprensione che i Beni culturali rappresentano il motore dell'economia nazionale è indistintamente dimostrata da ogni corrente politica, lo dimostra il fatto che, nella divisione della torta dei ministeri, quello dei Beni culturali non è assolutamente conteso. E questo con la fortunata disponibilità di Beni culturali di cui dispone il nostro Paese? Al nuovo ministro, che nelle prime uscite pubbliche ha scelto di visitare gli Scavi di Pompei, gli auguri per il nuovo incarico, con la speranza che individui strategie e priorità e non tema di portare avanti e perorare scelte che a volte, anche se impopolari, rappresentano il vero bene per i nostri Beni. E se tra le strategie spostasse la "Settimana della Cultura" in un periodo di bassa affluenza, Patrimonio e Umanità gliene sarebbero grati.
POMPEI - Un patrimonio dell'Italia e dell'umanità da tutelare al di là dell'appartenenza Pompei non è una questione politica.
Il testo descrive l'esperienza di visitare Pompei, una città antica e affascinante, e come questo possa essere un'emozione unica per chi la visita. Tuttavia, il testo si sposta poi per discutere della gestione di Pompei, che è stata segnata da problemi di collaborazione tra i dirigenti e la mancanza di una gestione efficace. Il testo critica la politizzazione della gestione del sito e la mancanza di previsione della continuità di quanto si mette in campo. Inoltre, il testo lamenta l'incapacità del governo di comprendere il valore dei Beni culturali per l'economia nazionale e la loro importanza per il Paese.
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Bene culturale
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