Bisogna trovare i soldi per il governo del territorio E cominciare a ragionare in termini di macroaree LIVORNO. Più che green economy, economia verde, la nostra è un'economia al verde. E gli esperti di urbanistica si chiedono come costruire la città del futuro con pochi, pochissimi soldi: ecco la traduzione, in termini brutali, del tema portante del XXVII congresso dell'Inu (Istituto nazionale di urbanistica) in corso a Livorno. Dove scopri anche che in Toscana le cose non vanno poi così male. Lo dice l'architetto Federico Oliva, professore di Urbanistica al Politecnico di Milano e presidente dell'Inu. Fra cementificazione, erosione e frane, è ancora lecito parlare di "Toscana felix"? «Sicuramente in Italia ci sono posti molto meno "felix" della Toscana, che mantiene una sua dimensione ambientale e paesaggistica forse unica nel Paese. La Toscana fra l'altro si è distinta nel governo del territorio negli ultimi trent'anni, e sembra procedere nel segno della continuità». Ma cosa pensa di aree di pregio ad elevata cementificazione, come ad esempio l'Isola d'Elba? «Questi sono i problemi dell'Italia, non solo dell'Elba o della Toscana, e ripeto, da queste parti mi sembrano più contenuti che nel resto del Paese». La Regione ha annunciato che sarà in pratica azzerata l'edilizia ex novo per puntare sul recupero edilizio... «E' una scelta saggia, di risparmio delle risorse, che bisognerebbe fare in tutta Italia. Inutile espandersi nelle campagne quando ci sono tante città degradate che possono essere ricostruite. Le case nuove servono, ma solo per l'edilizia sociale a basso prezzo, a fronte di una domanda a livello nazionale di un milione di famiglie che non possono permettersi di pagare un affitto neanche a canone sociale». Nel grossetano a Pari, paesino quasi spopolato, un'associazione ha offerto case gratis o con affitti stracciati a chi va a risiedere nel paese. Con ottimi risultati. «Sta facendo un'operazione intelligente, anche qui di risparmio delle risorse. Anche se poi magari il paese rivivrà solo in certe stagioni, perché la gente per andare ad abitare in un posto deve avere un lavoro non lontano». Cosa pensa del recupero di aree, come ad esempio i porti, che spesso si trasforma in un'operazione a prevalente carattere immobiliare o residenziale? «Ne abbiamo qui un bell'esempio, il progetto della Porta a mare di Livorno. La componente immobiliare si mescola con quella produttiva, e lo fa con un certo equilibrio; in Italia è uno dei progetti più equilibrati, oltre che architettonicamente piacevole, il che non guasta. Se si riesce a soddisfare più esigenze, cosa c'è di male? Mi sembra che voi siate troppo critici con i guai delle vostre città. Livorno è una città abitabile, così le altre città toscane». Un quadro roseo della Toscana. Non c'è proprio niente che non va? «Il mio è un paragone con le altre regioni, in realtà ci sono tante cose che non vanno. Sono problemi noti: ad esempio i fenomeni di erosione del paesaggio, che vanno fermati. Così come bisogna intervenire nelle aree, come la provincia di Massa, ad elevata instabilità geologica». Parliamo della crisi dell'edilizia nazionale. «In parte è legata alla congiuntura economica, le famiglie hanno meno soldi per comprare le case e le banche danno meno finanziamenti. Un dato che non cambierà per molti anni. Ma la crisi è anche dovuta all'enorme stock edilizio costruito in questi anni. L'industria edilizia però non è solo mercato immobiliare, è anche costruire opere, infrastrutture. E di questo c'è un grande bisogno. Deve pensarci lo Stato. Ma è difficile farlo con questo debito pubblico». Come si governa il territorio senza soldi? «I soldi bisogna trovarli, stiamo parlando di welfare urbano, problemi ineludibili. Ma c'è dell'altro: oggi non si può più ragionare in termini di singole città, è un modello in declino. Oggi le aree sono fatte di tanti Comuni e addirittura Province: in Toscana ci sono una o più città diffuse sulla costa, una lungo la direttrice Lucca-Pistoia-Firenze, macroaree da vedere come unicum. L'attuale modello di governo non è adeguato alla nuova dimensione. Va cambiato. Pensare di farlo radicalmente è impossibile, la politica va in direzione opposta. Abbiamo le Province, non utilissime: usiamole per governare il territorio alla scala superiore a quella comunale. Sarebbe un primo passo».