"Il ceto politico bolognese è in declino". I leghisti: allora vai a casa "Se questo è il clima, non andrò più a dibattiti dove gli altri arrivano con la claque" Bernardini con la Meloni sale sul palco del Pdl ma non canta linno nazionale SILVIA BIGNAMI Tutti contro Merola. E Merola contro se stesso. Inciampa a un passo dalla meta, il candidato di centrosinistra. Inciampa da solo, dopo aver "vinto" di gran lunga il primo dibattito con i quattro sfidanti alla corsa di Palazzo dAccursio. Tutta colpa di una battuta: lultima, nel suo discorso, fino ad allora vincente e convincente. «Mi candido consapevole che da dieci anni non è in declino la città, ma il suo ceto politico». Parole che, pronunciate da un amministratore di lungo corso, fanno scattare lapplauso ironico dei sostenitori di Manes Bernardini e degli avversari, tra i «Vattene» e i «Ritirati» imbeccati da quel grottesco e involontario assist. È poi la contestazione a far arrabbiare Merola: «Questi dibattiti sono inutili - dirà poco dopo, nerissimo -. Gli altri portano la claque. Io non vado più». Farà eccezione per i confronti di Unindustria e Cna, ma ora il candidato di centrosinistra sale sullAventino. Peccato, perché la partecipazione era altissima, ieri nellaula Prodi di San Giovanni in Monte. Convegno su urbanistica e "Governo della città", organizzato dal senatore Pd Valter Vitali e dalla docente Paola Bonora. Oltre duecento seduti, altri in piedi. Tanti gli addetti ai lavori, dal vicepresidente della Provincia Giacomo Venturi alla segretaria Udc Maria Cristina Marri, ai candidati in lista per tutti gli schieramenti. I cinque sfidanti alla poltrona di sindaco arrivano alla spicciolata. Prima il civico Daniele Corticelli, solo. Poi il leghista Manes Beranrdini, fazzoletto verde nel taschino. Ancora, il civico Stefano Aldrovandi, con sigaro e cravatta arancio, come sui manifesti elettorali. Il grillino Massimo Bugani in garbata giacca beige. E infine Merola, in completo viola e cravatta lavanda, tanto che Bernardini ci scherza, prima della foto di rito: «Se ti vesti di viola, tocco ferro». Dentro, in sala Giorgio Prodi, la platea è ansiosa di ascoltarli. Viene persino zittita dalla platea, e senza complimenti («Stringi dai», «Basta»), la relatrice Bonora, che stava illustrando le quattro proposte del "Laboratorio Urbano". Arriverà solo a due. Tocca ai candidati, in rigido ordine alfabetico. Parte Aldrovandi, preparatissimo nel sostenere «lapproccio economico allurbanistica» e nel denunciare i «danni» delle giunte di centrosinistra. Prosegue Bernardini, che ha buon gioco nel leggere il documento promosso dal senatore Pd Vitali, in cui si legge: «Abbiamo costruito troppo, ma soprattutto abbiamo costruito "male", nei posti sbagliati, con scarsa qualità, con scarsissime contropartite pubbliche». «Sono daccordissimo - ghigna il leghista -, e la colpa è della sinistra. La musica in questa città non cambierà se non cambiamo orchestra». Il dito è puntato contro Merola. Non solo il favorito nella corsa a sindaco, ma anche lex assessore allurbanistica con Cofferati. Uno che «di aver costruito troppo e male è responsabile», sferza Bernardini. Dopo di lui ci provano anche Bugani, in versione insolitamente "intimista", e Corticelli, che smantella Civis ed Sfm, e punta il dito contro «facili slogan e comizi». Merola è lultimo a parlare. Sale sul podio senza paura, maneggia la sua materia, lurbanistica, da maestro. Preparato e ficcante, ne ha per tutti: «Ad Aldrovandi ricordo che Guazzaloca voleva fare ventimila nuovi alloggi, a proposito di cementificazione, noi ne abbiamo fatti ottomila. A Bernardini chiedo dove sono finiti i soldi che il governo Prodi aveva stanziato per i Comuni che costruiscono case popolari». Difende le amministrazioni di centrosinistra: «La pianificazione urbanistica è stata ordinata, ma abbiamo costruito troppo. Ora riqualifichiamo lesistente, partendo dalle aree militari». Palleggia tra Piano strutturale (che lui ha scritto) e Poc, dribbla sul Pgtu. Alterna tecnicismi a polemica politica, centra le battuta quando, citando Bernardini che aveva ricordato che ci vuole solo unora per andare a Milano, dice: «Ci vuole anche mezzora per andare a Firenze e due e mezza per Roma: lItalia è unita». Tanti gli applausi, il crescendo carica il candidato Pd. Pure troppo, perché proprio nel finale stecca con quella battuta sulla classe dirigente che dà la stura allironia dei sostenitori avversari. «Non è un boomerang, aspettate che finisca», tampona lui. Ma il danno è fatto. Bernardini lascia la sala chiamandolo «mago Silvan», diretto al palco Pdl con il ministro Giorgia Meloni, dove non canterà linno nazionale. «Cerano le claque. Non vale la pena ascoltarsi tra i propri tifosi. Fatti così, i dibattiti sono inutili, andrò solo a quelli di Cna e Unindustria», si sfoga Merola finito il discorso. Aldrovandi, due passi più in là, se la ride: «Parla di claque? Ma se il convegno lha organizzato Vitali, del Pd. Io andrò ai prossimi dibattiti solo se cè Merola. Continua a dire stupidaggini, mi fa divertire moltissimo».