L'INTERVISTA Fondi ridotti. Manager al posto di esperti. Sovrintendenze rottamate. Ecco gli errori del governo. Secondo il direttore dei Musei Vaticani Il direttore è molto occupato. Le posso dare solo il secondo appuntamento di giovedì", risponde alla richiesta di intervista una voce gentile. "Otto del mattino va bene?". Benissimo. Evidentemente - se questo è il "secondo appuntamento" - la giornata del direttore Antonio Paolucci nei suoi Musei Vaticani inizia prima delle sette. Infaticabile. Lo si evince anche dal suo curriculum, che in sommi capi comprende: sovrintendenze in quasi tutt'Italia; direzione della scuola di restauro dell'Opificio delle Pietre Dure; la nomina di Accademico delle Arti e del Disegno di Firenze; un incarico da ministro dei Beni culturali più quello di commissario straordinario per il restauro del Giotto nella Basilica di Assisi post terremoto. E ancora: saggi, libri, monografie e persino un diario: quello di un "sovrintendente-ministro" pubblicato nel 1996. Quattro anni fa, infine, la richiesta di dirigere i Musei Vaticani, arrivata direttamente da Benedetto XVI. È quanto basta per chiedergli un sereno giudizio sul destino della cultura italiana fra tagli e strilli, decadenza e crolli, amori ed errori tra pubblico e privato. Professore, arrivano anche qui, nella pace dello Stato Vaticano le grida di dolore che si levano dalla cultura italiana? "Soprattutto arriva la confusione. Quella che vi porta a non distinguere fra cultura e industria. La cultura non costa niente. Quanto costa scrivere "Guerra e pace"? Basta un pacco di carta bianca e una penna. Ma ci vuole un conte Toltstoj. Ed è la costruzione di un Tolstoj che costa. L'industria culturale è il meccanismo di produzione. Un'industria importante come quella turistica e metalmeccanica. Ora l'Italia culturalmente attraversa una fase declinante. Non è più l'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta all'avanguardia nelle arti e nella letteratura. E in un Paese di declinante cultura, l'industria culturale è stata penalizzata. Da qui si origina la gran confusione che fa pensare a un rapporto diretto fra soldi dello Stato e produzione di cultura. Eppure nell'immediato dopoguerra quando Rossellini girava "Roma città aperta" il Paese non si poteva permettere di dar soldi all'industria culturale, perché la gente aveva bisogno di case e lavoro". Ora non usciamo da una guerra, ma i fondi alla cultura incidono sul bilancio dello Stato per appena lo 0,19 per cento. Lo stesso neo ministro Galan sta gridando aiuto. "Che in momenti di crisi economica sia necessario un ripiegamento non mi scandalizza. Quello che trovo inaccettabile è quando i fondi vengono tagliati alla scuola, all'università, agli istituti di ricerca perché questo incide sulla produzione di cultura e sulla costruzione dei Tolstoj". Lei ha detto che "il grande incommensurabile profitto che danno i musei consiste nell'incivilimento della gente che li visita". E poi: "Ci sono settori dello Stato come beni culturali scuola e sanità che non si possono misurare in termini di parità di bilancio". "Lo posso ripetere e aggiungere: il giorno in cui il dicastero della sanità fosse in pareggio vorrebbe dire che con i malati poveri si fanno scatolette per gatti". Torniamo all'industria culturale. Lei la conosce bene, è stato anche ministro dei Beni culturali dopo Fisichella e prima di Veltroni. "Ero un ministro tecnico in un governo tecnico (governo Dini, 1995-96, ndr.) e mi sono occupato di quel che conosco: ovvero le sovrintendenze. E l'unico grido di allarme che mi sento di gettare è nel rischio di depotenziamento graduale e progressivo delle sovrintendenze. Un sistema mirabile fatto di uffici presidiati da specialisti e studiosi su tutto il territorio. Non c'era nulla di paragonabile al mondo. Ora siamo così stolti da picconarle per andar dietro alle mitografie americane del museo- fondazione, della cultura aziendale, del manager al posto dell'archeologo". Di cui anche lei fu vittima. Secondo il sito del ministero, nel 2008 Bondi le preferì Resca reduce dalla amministrazione della Mc Donald, nel ruolo di consulente per la promozione dei beni culturali in quanto "occorreva una visione strategica del marketing culturale, piuttosto che un tecnicismo estremo non proiettato sull'esterno del sistema". "Ma questo mi lusinga! Non credo di meritarlo questo "tecnicismo estremo". Rivendico l'orgoglio delle arti e dei mestieri. Tecnico è colui che conosce il suo mestiere: e da tecnico qui in Vaticano ho istituito un ufficio di sovrintendenza. Mi sembrava strano non ci fosse, in un luogo che conserva alcuni tra i capolavori architettonici più importanti del mondo". Torna sempre alla sovrintendenze. "È l'unica vera preoccupazione. Qualcuno dice che sia in atto una rottamazione. Mi auguro che non sia vero, ma lo scenario infausto è che con il federalismo le sovrintendenze diventino strumenti del potere politico territoriale. La loro forza invece è nell'essere centralizzate e indifferenti.". Indifferenti a cosa? "Il sovrintendente ha un solo referente: il ministro che sta a Roma. E dunque deve restare indifferente alle sia pur legittime esigenze del sindaco che vuole il parcheggio sotto la piazza monumentale o l'edilizia popolare in zona di pregio paesistico. Questa è la forza della sovrintendenza: riferirsi a un potere centrale e non alle potestà locali. Ora rischiamo una deriva che vede i sovrintendenti nominati da un governatore. È pericoloso. Il paesaggio del Chianti non appartiene ai toscani, interessa anche i cittadini di Calabria". Il ministro Galan ha esordito con l'idea di togliere alla Calabria i Bronzi di Riace . "In fondo Galan ha detto: "Mettiamoli dove la gente può vederli". Forse a Reggio non ci va quasi nessuno". Lei quando li ha visti l'ultima volta? "A Firenze li abbiamo restaurati noi. All'Opificio delle pietre dure". Altro patrimonio che abbiamo rischiato di perdere. Chiuso per tre anni insieme all'Istituto Centrale del restauro. "Non sa quanta fatica abbiamo fatto per far capire ai politici sia di destra che sinistra, quale punto di eccellenza sia la scuola italiana di restauro. Eppure a Xi'an in Cina si parla italiano perché il centro di restauro è un clone dell'Icr di Roma; la "Teoria" di Cesare Brandi è stata tradotta in tutte le lingue comprese le asiatiche e le arabe; nel mondo tra i primati italiani insieme alla Ferrari e alla moda abbiamo il restauro... parole al vento. Loro capiscono di più le proposte di Resca con quelle forme di pubblicità brutale come " Se non lo visitate ve lo portiamo via" (il poster del ministero con gli operai che smontano il Colosseo, ndr.)". Accusa la classe politica di ignoranza? "È evidente. Intendiamoci è un segno di democrazia. Se i nostri deputati e senatori fossero dei Marsilio Ficino saremmo in mano a una élite. Invece i nostri politici sono ignoranti come i cittadini che li votano e questo significa che la democrazia in Italia è garantita". Per fortuna ci sono i musei... "Non basta Nel 1938 agli Uffizi entravano 50 mila persone all'anno, oggi siamo a un 1 milione e mezzo. Eppure sono convinto che usciva dagli Uffizi più gente che ricordava qualcosa fra quei 50 mila che tra il milione e mezzo di oggi". Ma se lei dirige uno dei musei più affollati nel mondo! "Appunto, so bene cos'è il popolo dei musei. Il turismo dei grandi numeri è un fatto liberatorio ma tradurlo in un momento didattico, far sì che il museo arrivi alle persone è il problema dei problemi. Negli ultimi decenni l'abbiamo dimenticato. Colpa anche dei chierici, ovvero noi, che ci siamo lasciati sedurre dall'iridescente sistema della storia dell'arte che diventa spot, mostra evento, restauro che va in tv, opere che girano nel mondo...". Siamo nella società dello spettacolo. "Già, ma con un intero territorio da tutelare, che non è fatto solo di star. L'Italia è museo diffuso dove il Pontormo più bello del mondo non lo troverete agli Uffizi ma nella chiesa di Santa Felicita, il Tiziano più clamoroso è ai Frari e non alle gallerie dell'Accademia. Ma il territorio costa e non è economicamente produttivo. Dunque più che i tagli, a provocare disastri è il mito della fruttuosità economica dei beni culturali, l'applicazione di una cultura aziendalistica a questo delicato patrimonio. Sa che cosa ci salva? Il senso del campanile, i soldi che non arrivano dallo Stato ma dai rivoli di banche locali e piccole industrie. L'imprenditore del mobilificio disposto a pagare il restauro del Lotto o Crivelli della parrocchia non perché ama l'arte, ma perché gli fa piacere far sapere che il quadro lo ha salvato lui. Questa è la sgangherata e disordinata forza italiana". Da italiano all'estero, professore, regali un consiglio al ministro Galan. "Primo: tenere nella massima considerazioni i sovrintendenti e i responsabili del restauro. Secondo: non fidarsi dei provinciali che vivono sotto il mito dell'America e dei suoi sistemi culturali".
L'Espresso
8 Aprile 2011
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I TAGLI ALLA CULTURA Arriveranno a vendere il Colosseo
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Antonio Paolucci
L'Espresso
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