Che uso fare dei monumenti storici? Con i suoi 150 mila spettatori, il concerto tenuto davanti al Colosseo ha riproposto un dibattito che percorre tutto il Novecento. Come ha mostrato il Corriere della Sera intervistando Luca Odevaine, vicecapo di Gabinetto del Sindaco, e Addano La Regina, soprintendente ai Beni Archeologici, da un lato stanno le ragioni di chi guarda ai benefici del turismo e al coinvolgimento dei giovani, dall'altro le obiezioni di chi mira invece a difendere l'integrità del patrimonio artistico. Modificando la domanda iniziale, potremmo allora chiederci: come evitare che l'uso dei monumenti si trasformi in abuso? Innanzitutto bisogna sgomberare il campo da una pericolosa schematizzazione. Qui non si tratta di contrapporre le esigenze fruitive delle nuove generazioni, a quelle conservative dello Stato. Infatti, secondo La Regina, l'esempio più rilevante di mancata tutela non riguarda le tumultuose folle di un concerto rock, bensì la severa parata militare del 2 giugno, che per circa un mese, fra allestimenti e smontaggi, cancella ogni anno l'intero paesaggio dei Fori Imperiali. Un caso analogo, d'altronde, si ripropone anche con l'allestimento della lirica a Caracalla. Nessuno scontro culturale tra alto e basso, dunque, ma un problema ben più arduo che investe i limiti delle sollecitazioni tollerabili da un edificio antico, e insieme il nostro diritto a far fruttare in termini economici le vestigia del passato. La questione è tanto più urgente in quanto alcuni studi hanno annunciato l'imminente sbarco in Europa di circa cento milioni di turisti cinesi, festante ma spaventosa avanguardia del mercato asiatico continentale. Dopo Tokyo, Pechino: ottimi affari in vista, non c'è dubbio, ma come reagiranno a un urto simile i delicati tessuti delle nostre città? In che modo proteggere quei fragili tesori, evitando al contempo che le forme di tutela ne impediscano il libero godimento, nonché l'eventuale messa a reddito? Come sposare il museo e la bottega, facendo convivere le esigenze «democratiche» del commercio e le prerogative «elitarie» di alcuni manufatti? Siamo di fronte a un paradosso che per certi versi ricorda il cosiddetto «principio di indeterminazione» di Werner Heisenberg. Potrà sembrare strano, ma forse, per capire il turismo di massa, conviene chiedere aiuto alla fisica quantistica. Basta una semplice constatazione: il grande scienziato tedesco scoprì che l'energia impiegata per osservare un fenomeno, modifica il fenomeno stesso. Insomma, l'osservatore altera lo stato dell'oggetto osservato. Ebbene, la crisi dei centri storici è appunto il frutto di tale «interazione tra oggetto e osservatore», allorquando la marea dei viaggiatori distrugge la meta stessa del loro viaggio. In mancanza di una soluzione univoca, resta comunque un fatto indiscutibile, che fonda il senso della tradizione in quanto trasmissione di valori: la responsabilità di consegnare intatto, a chi verrà domani, tutto quello che abbiamo ricevuto.