Ieri pulsante di vita, l'altroieri fiera delle sue origini e della sua identità. I rumori del 2011 sono anch'essi di metallo, di sferragliamenti e di martellate, gli stessi del Medio Evo glorioso. Ma mentre allora L'Aquila si riteneva protetta dalle sue mura solo solleticate dagli assedi degli eserciti e dei capitani di ventura, adesso si ritrova sgomenta tra muri feriti e sbriciolati. La pietra racconta quella storia e la storia di due anni fa. Polvere e splendore. Non era il primo terremoto che la città abruzzese ha dovuto sopportare nella sua storia, ma è quello che l'ha colpita al cuore e l'ha svuotata di identità. Il vuoto è la parola che più rispecchia l'una e l'"altra" Aquila, quella delle case costruite e consegnate in tempi record, che sono il simulacro di una città ma non sono una città: sono un insieme di tetti che proteggono dall'inclemenza del tempo; un insieme di cucine che tra vapori e odori raccolgono le famiglie attorno a un tavolo; sono un insieme di camere che vegliano il riposo, l'intimità, l'amore. Ma non pulsano di quella magica atmosfera che fonde il corpo e un'anima identitaria, trapiantati altrove. L'utile e il bello non abitano qui. La «zona rossa» sta lì a ricordarlo, a reclamare un piano organico di recupero di ciò che era L'Aquila e di scelte per ciò che dovrà essere. Tutto e subito è utopia: non tutto potrà essere salvato, e subito è una parola buona per il libro dei sogni. Qui ristrutturare, ricostruire, restituire sembrano verbi di un altro vocabolario: non fanno rima, non si coniugano, stanno lì inchiodati e imbullonati come le chiese e i palazzi messi in sicurezza. Zaffate di aria fredda che sa di muffa e di polvere vengono sputate fuori da finestre che sembrano immobili bocche spalancate sul nero e sul nulla. Sono le correnti invisibili che serpeggiano nella città morta dove non ci sono rumori, non c'è armonia urbana. Non c'è nulla, tranne i segni profondi della frustata del sisma di due anni fa, che ha spaccato la terra e sbriciolato case e storia. La «zona rossa» dell'Aquila è la gabbia di acciaio e di legno attorno al cuore di pietra. Chilometri e chilometri di assi che reggono, sostengono, tendono mura e palazzi, tristi simulacri di quel che erano e non sono più. Ci si fa l'abitudine, dopo un po', ad avere come unico compagno il proprio scalpiccio su strade e su vie dove, tranne qualche operaio al lavoro, non passa nessuno. Si fa l'abitudine a leggere anche sempre gli stessi avvertimenti di pericolo, i rituali divieti, i consueti nomi Dalmine e Marcegaglia sui ponteggi, i soliti tre ingegneri progettisti e direttori ai lavori; ci si abitua pure a quel reticolo di tubi che trasforma L'Aquila in una ragnatela tecnologica che imprigiona l'antico e fagocita la vita che non c'è più. Una città è fatta soprattutto di vie e di case, ma non è solo un insieme di vie e di case. All'Aquila il terremoto ha succhiato le vite di oltre trecento innocenti e ha risucchiato l'anima di una città. L'equivoco di un centro storico come parte, e non come tutto, è una delle zavorre della rinascita che non si vede. Perché non c'è. Ristrutturare, ricostruire, risanare, sono verbi che non si coniugano al presente, ma solo al futuro e solo alla terza persona. Il terremoto dell'Aquila è il primo che ha colpito un capoluogo di regione, non un borgo, non un paese, non un tessuto urbano qualunque. Una città che prima di arroccarsi nelle sue mura e abbarbicarsi ai suoi simboli e ai suoi monumenti, viveva con i ritmi di una provincia che ha bisogno dei suoi riferimenti: la piazza, il ritrovo, il bar, il locale. In via Pavese una porta occhieggia verso un basso che il tempo ha congelato al 6 aprile 2009: lì vivevano gli studenti, tutto all'interno parla di loro. Un microcosmo di piccole cose. C'è ancora una busta di biscotti, vicino a una bottiglia di un improbabile amaro coperta di polvere vicino a oggetti disparati. La cucina lillipuziana e un bagnetto da contorsionisti stringono una camera con due letti rimasti come quella notte alle 3.32. Due letti disfatti a metà con le coperte slabbrate, un comò con un cassetto aperto da dove un pantalone sgusciato via e non più indossato tremola a un'alitata di vento. La fotografia della fuga, dopo l'avvisaglia della scossa assassina, o forse addirittura durante. Due persone, due giovani, due vicende disperse nella bufera della storia. L'Aquila com'era, L'Aquila com'è. Come sarà è un altro discorso: da un lato c'è la città che gli aquilani sognano, novella Araba fenice, lì dov'era; dall'altro quella del realismo che piomba le ali e parla un'altra lingua. Le finestre che non ci sono più, incorniciate dal legno inchiodato dai tecnici della messa in sicurezza, ti guardano beffarde: non sono più bocche, ma gli occhi inespressivi spenti nella notte del 6 aprile e che due anni dopo aspettano un barlume di luce.