Il cammino verso Palermo avviene su "unottima strada" A Messina gli edifici sembrano "far parte di unesposizione di architettura" La ristampa del diario siciliano dellillustre storico dellarte consegna la memoria di luoghi perduti e innesca la riflessione su come siano mutati città, persone e modi di fare MARCELLO BENFANTE Q uando nel 1953 Bernard Berenson, il grande storico dellarte statunitense di origine lituana, venne in Sicilia, dovera già stato varie volte a partire dal 1889, aveva la venerabile età di 88 anni. Gliene restavano altri sei da vivere, essendosi spento nella sua amata Firenze il 6 ottobre del 1959. Cosicché quel viaggio in Sicilia (che è anche il titolo con cui il diario di quella sua estate fu pubblicato in Italia nel 1955, nella traduzione di Arturo Loria, ora riproposta nelle edizioni SE) assume implicitamente un valore testamentario. Cronache vitalissime di un pellegrino innamorato del bello, sempre curioso e instancabile, quegli appunti itineranti sono infatti una preziosa eredità di cui non abbiamo purtroppo saputo far tesoro. Eppure il lascito dello studioso era ben chiaro: siamo i depositari di una meravigliosa civiltà pervasa da una gioiosa estasi. O meglio, lo eravamo. Che cosa ci resta infatti di quella Sicilia (e di quellItalia) che Berenson descrisse con tanta erudita passione? Poco o pochissimo. Sfregiato il paesaggio, mortificata la cultura, sovvertiti gli antichi valori, mutilata larte, siamo ormai tuttaltra terra e tuttaltro popolo, decaduti luna e laltro, intristiti e imbruttiti. A rileggere gli appunti di Berenson si è quasi travolti da una piena di nostalgia, come quando, rivedendo vecchi filmati e fotografie della propria famiglia, tutto un mondo perduto riappare per un attimo, struggente e irrecuperabile, e subito svanisce, quasi fosse stato un sogno o unallucinazione. Comincia da una dinamica Messina, nel maggio del 53, il tour siciliano di Berenson: «Questa città è piena di vita e di trambusto, come tanti altri capoluoghi di provincia in Italia. Strade larghe, edifici che sembrano far parte di unesposizione di architettura. E ovunque una certa gaiezza, la vista del mare e la brezza marina». Unimmagine positiva e moderna, dunque. Ma ovviamente Berenson rimpiange pure la bellezza della nobile "Palazzata" sul lungomare e la ricca serie di monumenti e chiese spazzati via dal terremoto del 1908. In quellanno fatidico, Berenson era proprio nel capoluogo peloritano, in un altro maggio, ancora dolcissimo e ignaro del proditorio dicembre: «Ricordo che, trovandomi a Messina, salii lungo le boscose alture che le stanno a ridosso. E così ho fatto ieri, di nuovo, seguendo la strada che conduce a Palermo e subito si inerpica tra meravigliosi cespugli di gerani rosso scarlatto: una delle più poetiche vedute di cielo, di mare, di promontori che io conosca». Questa sorta di incanto di fronte allo scenario sublime del paesaggio e talora del connubio tra la natura e larte è il leit motiv dei ricordi siciliani di Berenson. Ovunque scruti, il suo occhio è preso da un beato stupore. E viene da chiedersi se oggi riconoscerebbe un mondo di cui abbiamo fatto scempio e che ci accingiamo ancora a stravolgere senza requie né pietà. Da Taormina, il 24 maggio, scrive: «Stamani mi sono alzato alle 4.45 per ammirare dal balcone della mia stanza lalba sullEtna. Il suo colore era argento e viola sopra un rossore delicato, che sembrava emanare dal suo interno. In vetta, un diadema di neve, e sotto, la collana delle nubi». Come un pittore, Berenson fissa nella sua memoria un carosello di vedute, quasi temendo limplacabile cateratta delloblio. Ai piaceri della vista si aggiungono, con felice sinestesia, quelli del gusto. Durante il soggiorno a Enna esclama con irrefrenabile entusiasmo: «Feracissima Sicilia! Qui, come ovunque nellisola, il pane e la pasta sono di qualità memorabile. Probabilmente non accade più, secondo quanto sentii dire da giovane, che il miglior grano venga esportato, e forse per questo i due fondamentali alimenti della dieta meridionale sono davvero degni del favoloso regno di Demetra». Nelle parole di Berenson il mito è ancora vivo. Oggi invece sono alcune sue annotazioni sociologiche e antropologiche a sembrarci leggendarie. Come quando elogia listintiva generosità del popolo italiano: «Nessuno è pronto quanto un italiano ad aiutare chi sia in stato di bisogno, un bisogno che egli possa comprendere e considerare con simpatia umana». A Trapani, «una città signorile», un «cortese ottico» gli accomoda gli occhiali senza pretendere alcun compenso: «disse che era un gesto di ospitalità verso un forestiero». E senza dubbio certe piccole gentilezze accadranno ancora, ma non sono più un tratto distintivo della nostra gente, che sè fatta, in una sua distorta modernità, più scontrosa e pragmatica. Come siamo cambiati, infatti; anche quando potrebbe sembrare che tutto è rimasto comera. A Castelvetrano, Berenson è sgradevolmente colpito dalla sporcizia delle strade. Ma una folla di donne che protestano davanti al municipio spiega il motivo di tanta incuria: il Comune ha sospeso la sua attività amministrativa e da quattro mesi non retribuisce nessun servizio. Lanomalia è oggi diventata normalità. Mazara del Vallo si presenta a Berenson «tanto più attraente e ben tenuta». Proseguendo per Palermo, il raffinato esteta registra sul suo taccuino «un delizioso viaggio sullottima strada» da cui si scorge lo «stupendo paesaggio costiero». La bellezza dei posti, non ancora deturpati, sembra in buona sostanza accompagnarsi a un funzionamento complessivo della cosa pubblica, e anche laddove si avvisano carenze, come nel settore alberghiero, la sollecitudine dei gestori colma le lacune con generosa arguzia. A Palermo la metamorfosi è già arrivata. Un certo «carattere di aristocratica magnificenza» si è ormai dissolto. Mutato è soprattutto il modo di vivere la città: «Tutti oggi sembrano affaccendati e presi da affannosa fretta». Il che sarebbe sopportabile oggi come ieri se almeno fosse sintomo di alacrità produttiva. Ma Berenson ha ancora un commiato, lo splendore di unepifania, da consegnarci in quel lontano giugno di cinquantotto anni fa. Nellultimo giorno di permanenza in Sicilia si sottrae alla ressa della città: «Sono salito sul Monte Pellegrino in una splendida mattinata, e sono stato colto da tristezza al pensiero di lasciare così grandiosa e impareggiabile bellezza. Se soltanto uno potesse impadronirsene e serbarla entro di sé, sarebbe un dio».
LA SICILIA DI BERENSON cartoline sbiadite così è scomparsa
Il diario di Bernard Berenson, storico dell'arte statunitense, descrive il suo viaggio in Sicilia nel 1953. Berenson era un pellegrino innamorato del bello e curioso, e il suo diario è una preziosa eredità di cui non si è fatto un adeguato tesoro. Il diario descrive la dinamica di Messina, la bellezza della Palazzata sul lungomare e la ricca serie di monumenti e chiese spazzati via dal terremoto del 1908. Berenson descrive anche la sua ammirazione per il paesaggio e l'arte, e il suo entusiasmo per il cibo e la cultura siciliana.
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