Sos della Sovrintendenza: i turisti rubano i pezzi per trasformarli in fermacarte I messi imperiali passavano di qui, per raggiungere più rapidamente le Gallie da Roma, e viceversa. E così pure le armate dell'era romana, ma anche delle epoche successive. Un gran via vai di soldati per secoli. Attraversavano dieci ponti, oggi ne restano cinque: in sequenza, in mezzo a boschi di frassini e radure con alberi da frutto. Un posto ideale per gli escursionisti, la Val Ponci, nell'entroterra finalese. Chiusa tra i monti di Verzi e lo sperone della Rocca di Corno. Una valle fossile. Un percorso strategico per i militari di duemila anni fa. Oggi di qui passano i ladri. Ladri di ponti, di pietre antiche. Turisti che hanno scoperto questo angolo di Liguria unico per valore storico e ambientale, hanno portato via i blocchetti che, con disegno perfetto e in certi casi una verticalità da filo a piombo ancora tal quale, compongono i ponti. Un souvenir dell'antichità. C'è chi punta alle anfore sui fondali, c'è chi scardina la trama di pietra dei ponti romani della Val Ponci. Per portarsi a casa un fermacarte originale, chissà. La Sovrintendenza cerca di tenere sotto controllo questo vandalismo: «Finora non si tratta di un danno pesante. Là dove si erano creati dei vuoti, causati dai blocchetti mancanti, abbiamo provveduto a riempirli. Si continua a fare manutenzione, è ovvio, si fa pulizia togliendo la vegetazione, ma siamo anche a corto di risorse ed è giusto che il turista impari a capire l'importanza di questo posto e a rispettarlo». Francesca Bulgarelli è l'archeologa della Sovrintendenza dei Beni Archeologici della Liguria che più ha studiato la Val Ponci, con numerose pubblicazioni sui reperti romani: e ora guarda con apprensione non solo i teppisti del souvenir, ma anche le auto che transitano sul primo ponte (quello delle Fate, il più bello, quasi perfetto) e le scolaresche che si arrampicano là dove trovano paraventi di pietre, gli stuoli di appassionati di mountanbike. «Va bene vivere i posti della Storia, ma qui siamo in un sito eccezionale e va presa consapevolezza di ciò». L'esperta racconta che la strada costiera allora era molto trafficata (come oggi), che Capo Noli era franoso (come oggi) e quindi raggiungere Roma era un'impresa. Ma loro, gli antichi romani, avevano trovato subito l'alternativa. Vale a dire il tracciato della via Julia Augusta (che risale al 13 avanti Cristo e da Vada Sabatia raggiungeva il Finale-se passando per i crinali più interni) insinuandosi poi nella val Ponci. Dove nel 124 dopo Cristo venne fatta costruire una serie di ponti dall'imperatore Adriano. Entriamo in val Ponci dove il rio omonimo ha andamento prevalentemente carsico: lungo il tragitto, la via Julia sale, scende, si infratta nei boschi, si rifà dolce tra i prati con i pruni in fiore e i vigneti, con una lastricatura dell'epoca in parte sconnessa ma ancora ammirevole per tecnica e solidità. Ecco che si incontra prima il Ponte delle Fate con un arco a tutto sesto costituito da grossi blocchi finemente sagomati e squadrato e con un argine super rinforzato per paura delle piene. Perchè i romani erano ingegneri idraulici fantastici, anche se erano quasi sempre i militari a progettare e costruire, con l'aiuto della popolazione locale. E certo è che le alluvioni degli ultimi anni hanno travolto i ponti moderni, ma questi no. Qualche passo nel bosco ed ecco l'imponente rampa di accesso del Ponte Sordo o Ponte Mollo; quindi il ben conservato Ponte delle Voze e successivamente il Ponte dell'Acqua. Vicino alla casa du Puncin, nel cui seminterrato viene captata una copiosa sorgente. Si sale. La via Julia si fa più aspra. S'incrociano i resti dell'ultimo ponte, cosiddetto di Magnone. Nel tragitto di ritorno, seguendo il sentiero più alto, la suggestiva Ciappa del Sale, ampia pietra incisa con iscrizioni rupestri, preistoriche e medievali: un posto indecifrabile anche per gli studiosi questo grande masso piatto che spunta nel bosco fitto, come se fosse un'astronave. Attorno alla ciappa una tradizione agro pastorale si esprimeva così: «In incontri, in riti religiosi, disegnando croci e coppelle, case, animali». Insomma, si aggiunge magia a magia. L'archeologa Bulgarelli osserva come i colori delle pietre, persino la luce, siano diversi di ponte in ponte. Nella piccola valle ci sono molte cave sempre opera dei romani. «Ma i ponti no, quelli li costruivano utilizzando materiale che era nei pressi. Per risparmiare sul trasporto. Così un ponte era più rosato, un altro più grigio, secondo la pietra delle vicinanze». Tanto per citare ancora una volta il senso pratico e organizzativo dei progenitori. Se andate in Val Ponci rimarrete ammaliati dalla storia che vi viene incontro, dalla natura che vi avvolge. E anche dalla trascuratezza contemporanea. Il percorso per non vedenti che la Comunità Pollupice ha voluto, alcuni anni fa, oggi è molto malmesso. I cartelli in braille sono in parte abbattuti, sepolti dai rovi, in parte rovinati e quindi inutilizzabili, i sostegni con paletti e canapone ai lati del sentiero sono in piedi a metà. Era un'apprezzata iniziativa, ormai disattivata dall'incuria. Già le associazioni di ambientalisti cominciano a fare i conti su quel che si è speso. Per poi consegnarlo all'abbandono.