Cercano tesori tra la polvere o sotto il sole, fanno calcoli astronomici, scoprono miti e leggende. Nell'immaginario collettivo questo è il compito degli archeologi, strane figure a cavallo tra Indiana Jones e topi di biblioteca. Ma la realtà è ben diversa e quella che hanno davanti gli archeologi italiani, nella maggior parte dei casi laureati e super-specializzati, è fatta di «stabile precariato», tra contratti di varia natura e partita Iva, dove il posto fisso è un miraggio, così come un tariffario delle prestazioni e un riconoscimento giuridico. A complicare il panorama poi l'annosa questione dei tagli al settore: quest'anno solo 60,8 milioni di euro sono stati trasferiti ai beni culturali dalle giocate, un calo del 50 che ha messo in ginocchio tutti i settori storicamente finanziati con le lotterie. Ed è lo stesso bilancio del ministero dei beni culturali a testimoniare il crollo: basti pensare che dagli oltre 2 miliardi del 2003 si è passati agli 1,4 dell'anno in corso. Davanti a questo scenario molti hanno fatto di necessità virtù e al venire meno dell'occupazione tradizionale all'interno di soprintendenze o enti pubblici, parallelamente all'incremento delle esigenze e delle capacità di tutela, sono andati a sviluppare il mercato dell'archeologia da campo, con la nascita di società di diverso stato giuridico. Chi sono gli archeologi. Gli archeologi professionisti che operano nei diversi campi sono, tranne rari casi, laureati con laurea quadriennale del vecchio ordinamento o quinquennale del nuovo corso. Ma non solo, perché la maggior parte continua a formarsi nelle scuole di specializzazione in archeologia, o nei dottorati di ricerca e master universitari. Secondo il primo censimento realizzato dall'Associazione nazionale archeologi, infatti, circa il 40 ha conseguito il diploma di specializzazione post lauream, requisito indispensabile (insieme al dottorato) per entrare nello stato. Peccato però che, numeri alla mano, solo il 19 è impiegato nel ministero dei beni culturali o in qualche soprintendenza, a fronte di un 45 che lavora in società o cooperative. Che rappresentano comunque «una realtà comunque indispensabile», come spiega Tsao Cevoli presidente dell'Ana, «perché le soprintendenze, con i loro tempi burocratici e la carenza di personale, non riuscirebbero ad affrontare le emergenze all'ordine del giorno in Italia». Del resto quelli che chiamano scavi di emergenza sono in realtà la prassi dell'archeologia italiana: non si scava, cioè, con l'obiettivo di cercare reperti, ma si inizia lo scavo spesso in occasione di opere pubbliche. Ma come sono inquadrati questi professionisti? Solo il 3,66 è un dipendente pubblico, oltre il 26 un collaboratore occasionale, il 24,3 un collaboratore a progetto e solo il 14,84 ha la partita Iva. Una testimonianza del fatto che anche la libera professione stenta a decollare. «Non c'è un sistema pubblico e neppure un libero mercato, ma solo soggetti privati che operano in un regime di oligopolio che possono fare quello che vogliono in assenza di regolamentazione». Il tutto si ripercuote anche sulle tariffe estremamente varie: si passa da compensi che vanno dai sei euro lordi l'ora a compensi oltre i 300 euro lordi al giorno, con un diversità di trattamento quasi mai rispondente al profilo professionale o alla natura dell'incarico. Gli sbocchi. Lo sbocco naturale per chi studia archeologia dovrebbe essere un impiego nelle soprintendenze per i beni culturali. L'accesso ai concorsi, però è da tempo bloccato. In tutta Italia gli archeologi pubblici sono 350 e con un'età media che si aggira intorno ai 55 anni. Nel 2008 l'ultimo concorso a cui si presentarono oltre 5 mila candidati per una disponibilità di 30 posti in tutta Italia. Prima di allora l'ultimo bando risalì al 1999. In teoria sarebbe possibile individuare una progressione di carriera sia per l'operatore archeologico sul campo sia per chi lavora nella pubblica amministrazione: nel primo caso, tramite l'esperienza acquisita nel tempo, molti giovani archeologi arrivano a fondare delle ditte specializzate negli scavi diventando una sorta di piccoli imprenditori. Nella carriera universitaria si parte invece dalla figura del ricercatore fino ad arrivare a quella del docente. Allo stesso modo, nella pubblica amministrazione si passa dai livelli amministrativi di inserimento fino alle figure dirigenziali, come direttori e soprintendenti. Il quadro di riferimento. Sono passati dieci anni da quando, nel 1997, fu fatto l'ultimo tentativo di ottenere in Italia un albo degli archeologi, ma soprattutto ne sono passati 30 da quando, alla fine degli anni 70, è stata assunta la maggior parte degli archeologi che ancor oggi lavora nelle Soprintendenze. Da allora, nonostante molti degli assunti all'epoca siano andati in pensione, i posti messi a concorso si contano sulle dita di una mano.Il risultato «è che oggi migliaia di archeologi lavorano come collaboratori esterni e come precari nelle soprintendenze, nelle università, nei centri di ricerca e nei musei, senza essere stati mai ufficialmente riconosciuti come tali dallo stato italiano. In sostanza», spiega il presidente dell'Ara, «stiamo svolgendo una funzione suppletiva dello stato, perché lavoriamo per il patrimonio pubblico senza aver alcun riconoscimento». Ed è proprio questo uno dei punti su cui si battono da anni gli addetti ai lavori, perché studi e titoli non vengono riconosciuti e non esiste un albo o un ordine che regoli e tuteli questi professionisti. «Occorrono», spiega Cevoli, «requisiti chiari stabiliti per legge, uniformi in tutta Italia e non differenti a seconda della soprintendenza locale. E c'è poi la questione delle gare per avere l'affidamento dell'incarico. La maggior parte di queste vengono vinte dal concorrente più disinvolto che punta al massimo ribasso abbattendo i costi sull'archeologo. E chi dovrebbe controllare, cioè la soprintendenza, ha pochissimi funzionari per effettuare le verifiche».