E' vero, gli investimenti per il patrimonio archeologico sono al lumicino, le condizioni di lavoro ai limiti di una sopportabile precarietà e il mercato schiacciato da una deregolamentazione senza confini. Ma se questo panorama di riferimento, per ora è immobile, allora è necessario cambiare la prospettiva. Come? Alessandro Vanzetti, professore di protostoria europea all'università la Sapienza di Roma, non ha dubbi: cambiando il modo di fare formazione, coniugando i saperi teorici a una capacità operativa. «Se con la formazione non diamo forza a questi laureati contribuiamo solo a renderli deboli quando entrano nel mondo del lavoro». Non si spiega altrimenti il dato offerto dal consorzio Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati in archeologia, che mostra come oltre il 46 dei laureati quinquennali non lavori, solo il 35 utilizza le competenze apprese durante l'università e appena il 12,3 ritiene utile la laurea per lo svolgimento dell'attività lavorativa. Domanda. Professore, i dati Almalaurea la dicono lunga sull'efficacia del ciclo di studi? Risposta. Sì, ma vanno comunque analizzati con attenzione. Il vero problema è nel totale scollamento tra il mondo dell'università e quello del lavoro. D. Che però arriva proprio da un sistema universitario incapace di formare gli archeologi, specie quelli che operano sul campo? R. La formazione resta di altissimo livello scientifico, ma spesso si è guardato troppo alla parte teorica mentre se manca la parte tecnico-applicativa i giovani rimarranno sempre schiacciati tra le ditte del settore, che invece possiedono un'operatività concreta, e i committenti (stazioni appaltanti e privati) che esigono solo massima celerità. D. Quindi altro che riconoscimento della professione. Il vero problema è in una formazione adeguata? R. E' l'ottica che va rovesciata: solo laureati più professionalizzanti potranno avere un riconoscimento adeguato. D. Come colmare quindi questo gap? R. Per esempio dando una struttura diversa alle scuole di specializzazione, trovando una sinergia diversa tra le realtà del mondo accademico, con alleanze tra facoltà umanistiche e scientifiche. E poi con un dialogo con imprese e ministero per mettere a punto un'azione mirata che tenga conto delle esigenze.