Tutto è bene quel che finisce bene. Anche se le vittime designate sono le stesse: chi compila onestamente la dichiarazione dei redditi e chi possiede un'auto. Il bene di cui parliamo è il reintegro del Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) e di altri finanziamenti alla cultura, che sono tornati ai livelli appena dignitosi di due anni fa. Milioni ripristinati dove erano stati immotivatamente tolti, sostenendo che erano proprio quei 150 milioni a mettere a repentaglio il bilancio dell'Italia. Milioni recuperati a seguito dell'ennesimo ripensamento del Governo delle indecisioni al momento di governare, significano alcune cose, ma non quella importante: ovvero che il mondo della politica ha capito che sostenere la cultura oltre che un dovere civile non è un costo ma rende. E non poco. Com'ha dimostrato nei numeri la relazione 2010 di Federculture presentata giovedì a Roma, a fronte di meno di 0,5 miliardi di euro di finanziamenti, il settore cultura contribuisce al Pil per 39,7 miliardi. Queste cose perché qualcuno non le spiega ai nostri ministri e parlamentari? Anche in questo caso, tanto per cambiare, meglio le bugie. Non vero che quei milioni non si potevano giustificare contabilmente. Non è vero che non c'era alcuna possibilità di recuperarli. Ma soprattutto non era vero che i tagli al Fus erano motivati da ragioni morali o da segreta - ma edificante, secondo i politici - volontà di rinnovare il sistema del finanziamento pubblico, isolando gli sprechi (che ci sono) e premiando le buone gestioni (che sono ancor più numerose), o quelle che per ragioni diverse rivestono un'importanza sociale oltre che culturale. Erano gesti di comodo. Senza rischi e fatti sull'onda populista: per soddisfare l'istrionica demagogia, ahimè condivisa da molti, d'un ministro della pubblica amministrazione che ironizzò su musicisti e teatranti «fannulloni», «parassiti» e «mantenuti dallo Stato» (perché i consiglieri Comunali creati ex-novo dal Milleproroghe cosa sono?), silenziosamente assecondato dal collega dei Beni Culturali (cioè da colui che avrebbe dovuto fare l'avvocato difensore). Perché i milioni sono saltati fuori? Perché le richiesteproteste sono state scaltramente italianizzate, secondo i soli criteri che la politica governativa capisce: interessi (semi)privati e immagine pubblica. Il teatro d'opera più economicamente inguaiato, e con la star del giornalismo televisivo in consiglio d'amministrazione (ma che meriti o competenze musicali ha Bruno Vespa?), poteva rischiare di chiudere per legittima bancarotta? Non potendo di questi tempi coprire i buchi sottobanco - com'è sempre avvenuto con l'Opera di Roma capitale - occorreva unire l'utile al visibile: proporlo come salvataggio «dovuto», in cui è stato implicato come scaltro garante il Grande Artista, e il Grande Gesto da poter esibire con imperiale compiacimento. Così il Grande Revisore di conti s'è intenerito, il Gran Ciambellano ha mediato e inventato l'ennesimo balzello sul carburante: mettendo indirettamente a tacere l'unica figura fastidiosamente coerente, il Presidente della Repubblica, che come il predecessore ha dimostrato nei fatti e nelle parole l'importanza degli uomini e del mondo della cultura. Tutto ciò è avvenuto senza pudori. Senza almeno un tentativo di dare alla marcia-indietro un riconoscimento civile. Del resto, il fatto stesso che tutto ciò sia avvenuto in vacanza del ministro dei Beni Culturali, non è casuale. Significa dire con chiarezza che i «Beni Culturali», di qualunque natura siano, in Italia saranno sempre in ostaggio delle Finanziarie invece che orientarle in parte. E nessuno ne farà oggetto di riprogettazioni, di riforme (che occorrono), di distribuzioni economiche meno clientelari, di Consigli di amministrazione meno nepotistici, di sovvenzioni che evitino alle programmazione artistiche le umilianti periodizzazioni dettate dai mutui bancari. Di questo - oltre che di questi pochi, maledetti e urgentissimi milioni - aveva e ha bisogno il mondo della cultura. Invece il presidente del consiglio si esibisce televisivamente in uno spot turistico pro-Italia farcito di strafalcioni che riguardano proprio il patrimonio culturale nazionale. Lascia intanto scoperta per mesi e mesi la responsabilità specifica e - fedele alla sequenza più disastrosa di ministri della cultura e dell'istruzione che nazione civilizzata abbia mai collezionato nel Dopoguerra - rimedia la carenza di quel dicastero nominando un'altra figura senza carisma né esperienza culturale. Come a dire: per questa volta vi abbiamo dato i soldi, anzi li abbiamo cavati dalle tasche degli automobilisti italiani, contrariamente a quanto s'era solennemente giurato in campagna elettorale, ma non chiedete dignità né attenzione. Qui si lavora, spesso fino a tarda notte: non ci si diverte.