Terra di mezzo. Limbo tra un passato aristocratico e un oscuro futuro. Chi la abita, o meglio la abitava e oggi la sopporta e la rimpiange, dal 6 aprile 2009 vive con i sensi storditi dal boato delle 3,32. Umiliato dalla coazione a ripetere vecchie abitudini su un fondale posticcio fatto di casette prefabbricate, centri commerciali, rotatorie sorte come funghi attorno a una città che dei crocicchi medievali aveva fatto la metafora della sua socialità. Una vita sospesa da 730 giorni. In una periferia sfigurata dai cantieri e dalle baracche sorte come bubboni, dal traffico e dai palazzi sfregiati incalzati da capannoni prefabbricati dai colori sgargianti che annunciano al mondo la fame di allegria e spensieratezza. 730 giorni in attesa che le voci e le luci tornino a rianimare il cuore della città. E chissà quanti altri ancora ne dovranno aspettare. Una vita da criceti, ogni mattina pronti a correre nella ruota con l'angosciante certezza di restare fermi sempre nello stesso punto. Gli anziani alla deriva, dicono gli osservatori pubblici e le ricerche delle università, i giovani che elemosinano amicizie su Facebook o scelgono di stordirsi con alcol e droga. Rocco Pollice, docente di psichiatria, tasta polso e mente dei suoi concittadini da anni. Tira un sospiro e conferma amaro: «È come se vivessimo in un tempo senza fine - spiega - in un'atmosfera surreale nella quale è difficile percepire sponde alle quali agganciare progetti per il futuro e impossibile cercare risposte nel passato perché nulla è uguale a prima. Un intermezzo infinito in cui tutto è gelatinoso, fluido». È così che vivono i 13.856 aquilani alloggiati nelle «casette di Berlusconi», i prefabbricati del progetto C.a.s.e. I 7.099 nei Map, i moduli abitativi provvisori in legno. I 1.077 ancora negli hotel della costa abruzzese. I 251 ricoverati nella caserma della guardia di finanza e in quella degli alpini alle porte della città. E anche i 15.450 in affitto con il contributo dello Stato, lontani da casa. Ricostruitela, urlano. Ricostruite quei palazzi che erano anima e identità di questa gente in esilio dalla propria vita come se avesse commesso un reato. Ma rinascerà mai, tornerà davvero a pulsare il cuore della città? Il centro storico dell'Aquila è uno dei più grandi d'Italia: 170 ettari. Sottraete strade e piazze, ne restano 100. Moltiplicate per almeno tre piani, fanno circa tre milioni di metri quadrati di edifici, un terzo dei quali monumenti pubblici e i restanti in gran parte di interesse storico e artistico e dunque vincolati. È in queste cifre, in questi palazzi e chiese il vero nodo della rinascita dell'Aquila. Finché non risorgeranno, la città e la vita degli aquilani resterà fluttuante, incompiuta, sospesa appunto. I tempi? Dieci anni, forse venti, perfino trenta, dettano previsioni gli addetti ai lavori, modulate a seconda dell'ottimismo personale e dell'appartenenza politica. Le premesse, a due anni dal sisma, non lasciano presagire nulla di buono. Dei mille negozi del centro hanno riaperto solo una decina, molti hanno preferito trasferirsi nei capannoni accanto alle new town o in altre città. Non esiste ancora, tra i fondi per il terremoto, una linea di finanziamento dedicata ai beni culturali. Dei 45 Paesi che al G8 del luglio 2009 aderirono all'appello del premier di adottare uno dei beni artistici cittadini, solo uno finora ha mantenuto l'impegno, il Kazakistan. I 100 milioni scaturiti dalla solidarietà degli italiani sono finiti nel progetto Case, insieme ai 500 milioni dell'Europa. E la soprintendenza regionale ai beni culturali ha quest'anno 836mila euro da spendere per tutto l'Abruzzo. Nulla di buono. Lo dicono, lo urlano i 10mila cassintegrati, un sesto dell'intera popolazione cittadina. Lo hanno avvertito i tanti che hanno scelto di trasferirsi sulla costa o a Roma. E tutti gli aquilani indebitati che dovranno ora restituire gli arretrati delle tasse e dei mutui sospesi dal governo. Segnali inquietanti. E molti hanno perso le speranze. Come certifica ancora una volta una meticolosa ricerca congiunta delle università dell'Aquila, delle Marche e di Firenze: «Per sette aquilani su dieci la comunità è morta il giorno del terremoto»
CAMPANIA - L'Aquila. Due anni dopo la Grande Scossa L'Aquila è una città che non c'è più.
L'Aquila, città abruzzese colpita dal terremoto del 2009, vive ancora con i sensi storditi dal boato delle 3,32. La città è stata trasformata in un luogo di esilio per i suoi abitanti, che vivono in casette prefabbricate e centri commerciali. I giovani si stordiscono con alcol e droga, gli anziani sono alla deriva e gli abitanti sono indebitati. La città è in attesa di una rinascita, ma le premesse non lasciano presagire nulla di buono. I fondi per il terremoto sono stati utilizzati principalmente per il progetto Case, mentre la soprintendenza regionale ai beni culturali ha solo 836mila euro da spendere per tutto l'Abruzzo.
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