LA POLEMICA. Il consigliere regionale dell'Udc all'attacco: tanti tesori archeologici «dimenticati» nelle casse a Verona Valdegamberi: «I musei dell'altopiano non sono ritenuti adeguati a esporre le pietre scheggiate che in città vengono spostate da una cantina all'altra» Le selci del Museo civico di storia naturale di Verona sono diventate blu e blu dalla disperazione sta diventando anche il consigliere comunale di Verona e regionale Stefano Valdegamberi al pensiero di quanto patrimonio sia stato irrimediabilmente perduto per la Lessinia e per l'intera collettività non solo veronese e nazionale. «Un patrimonio che ci hanno lasciato i nostri antenati, già a cominciare da più di mezzo milione di anni fa». Il «petrolio della Lessinia», lo definisce Valdegamberi riferendosi all'importanza strategica che ha avuto la pietra scheggiata nella preistoria prima della fusione dei metalli, «è andato in fumo, anzi si è disperso tra i fumi degli idrocarburi che li hanno contaminati tutti, altro che storie, tutti i reperti archeologici provenienti dalla Lessinia e che se fossero stati affidati ai suoi musei non avrebbero fatto questa fine. Un danno incalcolabile per la scienza, ma anche un gravissimo danno erariale, per il quale qualcuno dovrà rispondere». Non è una sassata nello stagno, è proprio una freccia di selce che si pianta nei cuore degli amministratori veronesi lo strale che lancia il consigliere Udc. A seguito del caso scoppiato la scorsa estate delle selci contaminate, Valdegamberi aggiusta il tiro: «Ci era stato detto che si trattava solo di qualche esemplare, ma ora sappiamo che non è vero che siano pochi. Ci è stato ripetuto che sono di scarso valore perché comuni, ma in realtà sono stati affidati alla custodia di un museo e comuni lo sono perché sono stati usati per centinaia di migliaia di anni». A Valdegamberi sta a cuore la storia e la cultura della Lessinia, di cui è figlio: «La selce dell'altopiano ha fornito materiale per utensili per tutta la preistoria e anche in periodo storico per acciarini e fucili fino all'Ottocento. «Erano una ricchezza, valevano soldi allora le "folende" della Lessinia e tanti soldi potrebbero valere oggi se non fossero irrimediabilmente perdute. Basta un dato: nel solo territorio comunale di Sant'Anna d'Alfaedo sono più di cinquanta i siti che hanno restituito reperti preistorici, ma nel bel museo del paese, così voluto e sentito dalla comunità, non esiste traccia di un reperto trovato in uno dei suoi cinquanta siti, con la scusa che la struttura non è adeguata, mentre lo sarebbero le casse e gli scaffali del Museo civico di Storia naturale di Verona, trasferiti da una cantina all'altra, da Castel San Pietro all'Arsenale». Quel «petrolio» che nei millenni fece la ricchezza di cavatori ed eserciti e che potrebbe essere la ricchezza delle nostre generazioni, se sapessero sfruttare i risvolti culturali e turistici del proprio patrimonio, è andato in fumo bruciando se stesso e i soldi messi a disposizione: «Tanti soldi, come i quasi 400mila euro (a cui va aggiunta l'Iva) della delibera di giunta 336 del 12 ottobre 2006 del Comune di Verona, spesi per tutto tranne che per rispettare la legge. «Infatti il materiale archeologico non può essere spostato a casaccio», sottolinea Valdegamberi: «devono farlo dei professionisti, obbligati a seguire un protocollo, rispettare una normativa ben precisa e codificata da almeno vent'anni. Il bandolo dell'intricata matassa dell'inquinamento dei materiali archeologici va cercato proprio qui», denuncia Valdegamberi, che si chiede «se coloro i quali si sono occupati del trasloco tra il 2007 e il 2009 ne fossero in grado e se possono dimostrare di aver fatto quello che la legge impone». Per Valdegamberi è un danno peggiore dei crolli di Pompei che hanno fatto indignare il mondo intero e portato alle dimissioni di un ministro. «Le selci blu sono la Pompei del Veneto e i responsabili sono lì, sotto gli occhi di tutti, magistratura compresa, da più di trent'anni, sempiterni monumenti a quella "professionalità" di soprintendenze e musei, che con i materiali della Lessinia ha fatto una clamorosa cilecca», conclude, chiedendo un'ispezione per quantificare danni e attribuire responsabilità e annunciando di aver pronta una lettera per il neo ministro ai Beni culturali, Giancarlo Galan, perché si interessi della questione. Una interrogazione è stata presentata anche dalla senatrice Maria Pia Garavaglia.