Se l' arte dipende dalla munificenza del Principe la creatività non conta più Ora che il Fus è salvo, e al sicuro è la paghetta di Stato, nutriti senza sosta da generose e indiscriminate elargizioni pubbliche, non è che musicisti e teatranti, registi e artisti finalmente ricominciano a farsi venire qualche ideuzza per dimostrare di meritarsele? E dunque viva l' integrità del Fondo unico dello spettacolo se è vero, come hanno lamentato in questi mesi, che senza l' assistenza di Stato la cultura muore. Se è vero che l' arte, quando le apposite commissioni ministeriali si dimostrano avare, deperisce e si spegne. Il mercato? Fa schifo. Il botteghino a secco? Non deve essere una preoccupazione. I gusti del pubblico? Tenerne conto è sottomettersi alla dittatura della mercificazione. La creatività artistica, letteraria, musicale, teatrale, cinematografica non conta più perché tutto dipende dalla munificenza del Principe. E non importa nemmeno che il moderno Principe sia un' accolita di burocrati autorizzata a mettere il timbro sui finanziamenti pubblici da distribuire secondo criteri politici. Come poi si possa ottenere l' indipendenza culturale nella dipendenza dallo Stato è mistero che i beneficiari delle sovvenzioni pubbliche, impegnati a tempo pieno nella battaglia contro i tagli, non sono obbligati a chiarire. Siamo tutti coinvolti. Dipendiamo tutti, giornali grandi e piccoli, teatri, enti lirici, orchestre, corpi di ballo, fondazioni e istituti di ricerca, dai capricci del potere politico. Viviamo di Fus. Siamo un pezzo dell' Italia assistita. E non è una meravigliosa condizione. Salva gli stipendi, ma non stimola le idee. Lubrifica le clientele, ma non favorisce l' allestimento di belle opere teatrali, di bei film, di grandi concerti. Von Hayek metteva in guardia: chi controlla i mezzi della produzione non può che controllarne i fini. Anche chi controlla i mezzi della produzione culturale, non può che controllarne i fini. Non ci si chiede perché non è mai stata seguita la lezione di una grande ministro dei Beni culturali come Alberto Ronchey? Ronchey diceva di separare le competenze di difesa dei beni culturali, artistici, paesaggistici, architettonici, musei, palazzi, castelli, chiese, piazze storiche da quella della produzione di film, spettacoli, sport. È stato fatto il contrario, come ricordano Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ne I vandali. Hanno accorpato, dilatato, sconfinato per avere più potere, per creare consenso, per tenere la produzione culturale nelle briglie delle elargizioni di Stato. Possibile che gli artisti non se ne siano accorti? Possibile che abbiano accettato di santificare il Fus per non concentrarsi sulla paurosa mancanza di ispirazione che affligge la cultura italiana contemporanea? Siamo tutti alla mercé del Principe che apre e chiude i rubinetti a suo piacimento, secondo convenienza. Mecenate inaffidabile, da non contraddire mai: è lui che tiene nelle mani la cassa del Fus. Pagina 39