Terminiello: bisogna rispettare la natura di questa zona Nella sua carriera accademica, Giovanna Rotondi Terminiello, storica dell'arte e a lungo sovrintendente ai Beni Artistici, non si è mai tirata indietro al momento di schierarsi. Senza guardare in faccia nessuno: nel 1992 si era persino divertita a correggere Vittorio Sgarbi che aveva erroneamente attribuito ad Agostino di Duccio una "Madonna con bambino" di Sarzana, in realtà copia di inizio del Novecento. Costringendo il critico più (consapevolmente) arrogante d'Italia ad ammettere di essersi sbagliato. E di fronte al progetto per il recupero della Maddalena fatto di diradamenti e ricostruzioni altrove (in zona Porta degli Angeli), non ha paura di prendere posizione. E gridare il suo "no", da studiosa e da residente nel quartiere. Lo studio, sostenuto economicamente dalla Fondazione Edoardo Garrone (e condotto da Davide Servente, dottorando della Scuola di architettura e Design della facoltà genovese, sotto la guida del professor Franz Prati, intitolato "novaGEnova") è stato certificato da una verifica di fattibilità dell'Arred, l'Agenzia regionale per il recupero edilizio. Professoressa Terminiello, la situazione della Maddalena è sicuramente problematica. Lo studio sostenuto dalla Fondazione Garrone disegna un quartiere più arioso partendo da un diradamento mirato delle strutture non di pregio. E lei è contraria, perché? «Ma diradamento cosa vuol dire? E' una follia, il tessuto urbano del centro storico è fatto a maglie strette. Buttare già vuol dire tagliare queste maglie. E, proprio come avverrebbe tagliando un maglione, questo porta inevitabilmente a e disgregare il tessuto». Intende dire che esisterebbe un pericolo di crolli, come se le case oggi addossate le une alle altre restassero in bilico sul vuoto? «No, non è un problema strutturale. Il fatto è che saremmo di fronte a uno snaturamento della Maddalena: a monte c'è Strada Nuova, siamo nel pieno del Rinascimento. Ma la Maddalena è centro storico, è un'altra cosa. E bisogna rispettarne la natura». Lo studio ha preso in considerazione 302 alloggi, si prevede la demolizione di 67 unità immobiliari - circa 14.240 metri cubi - e la ristrutturazione dei rimanenti 235. Obiettivo: maggiore stabilità degli edifici, riqualificazione ambientale con un migliore soleggiamento dei piani bassi, risanamento degli impianti idrico-sanitari, eliminazione delle parti aggiunte nel corso degli anni. «E' vero: durante la guerra c'erano stati crolli, gli edifici ridotti a macerie sono stati ricostruiti talvolta male. Allora io semmai dico: tiriamoli giù per ricostruirli secondo criteri adeguati al contesto, lasciare dei vuoti non ha senso. E poi, dove la porti questa gente? Si dice che verrebbe creata una sorta di area di parcheggio a Porta degli Angeli, in attesa del ritorno a casa. Ma questo inevitabilmente non accadrà mai». Teme che si ripeta quello che è accaduto in altre situazioni analoghe, al ripetersi dello scempio di Madre di Dio? «Il fatto è che un'operazione così avrebbe tempi lunghi, abbiamo visto quello che è successo per il piano di recupero di Prè: non ha fatto rientro nessuno dei residenti originari e oggi quella zona è in mano ad altri. E prima ancora, Madre di Dio non ha insegnato nulla? La verità è che, al di là degli aspetti economici che potranno anche garantirne la realizzazione, siamo di fronte a un'operazione astratta: finchè ne parliamo in sede accademica, le vediamo come una bella tesi di laurea da studenti che hanno svolto un'esercitazione, benissimo. Ma realizzarla, no. Ritengo sia una cosa fuori da ogni realtà».