Roma. Il piatto delle sovvenzioni statali alla cultura piange un po' in tutta Europa, e la Gran Bretagna non fa eccezione. A metà marzo, l'Observer aveva pubblicato una lettera aperta di attori famosi (Helen Mirren, Kenneth Branagh e Jeremy Irons, tra gli altri), nella quale si ricordava che "prima delle ultime elezioni, il governo aveva promesso di inaugurare un'età dell'oro per le arti", mentre ora "stiamo affrontando la più grande minaccia per il finanziamento delle arti e della cultura vissuta negli ultimi decenni". Mercoledì si è infine appreso che i fondi dell'Arts Council England (l'organismo di stato che finanzia le attività culturali del paese) saranno ridotti dagli attuali 449,5 milioni di sterline a 349 milioni entro il 2014. Questo significa, ha detto il ministro della Cultura, Jeremy Hunt, che le sovvenzioni pubbliche si ridurranno, da qui al 2015, del quindici per cento. Ma non per tutti: se soltanto 695 delle 1330 istituzioni piccole e grandi che li hanno sollecitati otterranno contributi (fino a oggi in 848 potevano contare sui fondi dell'Ace), l'entità delle sovvenzioni sarà legata a criteri di efficienza, oltre che di prestigio. Particolarmente penalizzate, ha scritto il Monde in un lungo articolo dedicato al new deal di austerità della cultura inglese, saranno le piccole strutture, mentre i musei e i teatri più importanti dovrebbero dormire sonni più o meno tranquilli. Non sarà modificato il regime di ingresso gratis nei grandi musei per quanto riguarda le collezioni permanenti, ma il pur importante Institute of Contemporary Art londinese riceverà alla fine della cura dimagrante, nel 2015, il 36 per cento in meno di quanto riceve ora, mentre la frequentatissima Serpentine gallery (ottocentomila visitatori l'anno, sede nei Kensington Gardens) avrà il 31 per cento di fondi in più. Grandi istituzioni dello spettacolo, come la Royal Shakespeare Company, la Royal Opera House e il National Theatre, taglieranno il traguardo del 2015 con il 6,6 per cento di fondi in meno, ma il loro mantenimento già ora dipende da fonti diverse, e la decurtazione è abbastanza limitata da poter essere affrontata con quattro anni di tempo. Il National Theatre, per fare un esempio, dipende dai fondi dell'Ace solo per il 30 per cento (era il 50 per cento dieci anni fa). Più pesante il taglio di fondi riservato al British Museum e alla National Gallery, che nel 2015 sarà del 15 per cento sulla cifra attuale. In compenso, il governo non rinuncerà alle opere di ingrandimento e ammodernamento già decise per lo stesso British Museum e per la Tate Modern. Ben più faticosa la situazione delle piccole istituzioni culturali locali britanniche (musei, teatri, compagnie, festival regionali, gallerie). Non solo in procinto di perdere del tutto o in parte le sovvenzioni dell'Ace, ma anche alle prese con la riduzione del 28 per cento sul bilancio complessivo delle amministrazioni locali (da completare sempre nel 2015) stabilita dal governo di David Cameron. Non è difficile immaginare che a rischiare di più saranno proprio le attività culturali, anche se il ministro Hunt ha chiesto "alle collettività locali di riconoscere l'importanza cruciale delle arti".
Il piatto della cultura piange anche in GB, ma c'è chi ci guadagnerà
Il governo britannico ha annunciato la riduzione dei fondi per le attività culturali, con un taglio del 15% per il 2015. Le sovvenzioni pubbliche per le istituzioni culturali saranno ridotte, ma solo per quelle che soddisfano criteri di efficienza. Le piccole strutture culturali saranno particolarmente penalizzate, mentre i musei e i teatri più importanti dovrebbero essere meno colpite. Il regime di ingresso gratis nei grandi musei non sarà modificato, ma alcune istituzioni riceveranno fondi in meno. Il National Theatre e la Royal Shakespeare Company taglieranno il traguardo del 2015 con il 6,6% di fondi in meno, mentre il British Museum e la National Gallery perderanno il 15% dei fondi.
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