Proviamo a prenderlo sul serio: qualche riflessione su mercato e produzioni Maurizio Cattelan dice a Repubblica che abbandona l'arte, e che si ritira a vita privata. La prima domanda è: sarà vero, o invece e solo marketing e poi finisce come con Veltroni e l'Africa? Ma proviamo a prenderlo sul serio. Cattelan dice di voler lasciare perché è diventato quello che non voleva essere, cioè la punta di diamante del mercato dell'arte contemporanea In Italia (e non solo). Ciò che Cattelan non riesce più ad accettare è proprio il principio cardine del sistema che ha reso possibile Cattelan: "La vera anomalia è questa: il prezzo alto di un'opera è diventato il certificato dl qualità". Di tutto si tratta tranne che di un'anomalia. Si tratta invece di un necessario sottoprodotto di quel processo di separazione dell'arte dalla sua funzione e dal suo contenuto (che è anche un processo di liberazione dell'artista) che inizia con il Rinascimento fiorentino, affronta tornanti fondamentali nella pittura del primo Cinquecento veneziano e nella 'licenza' di Michelangelo, conosce un'inaudita accelerazione con Caravaggio, e cresce ormai impetuosamente nell'Ottocento impressionista, fino a minare, nel Novecento delle avanguardie, le fondamenta stesse del sistema. Nonostante gli ammonimenti dati un secolo fa da Duchamp (scambiati per ironici, in realtà serissimi), l'arte figurativa si è sempre più ridotta a una funzione privata e liberissima del singolo artista, fino a coincidere con la pura, insindacabile e ingiudicabile intenzione di 'fare arte'. Di fronte alle opere di un Cattelan nessun giudizio è legittimo, e in questo vuoto critico pneumatico, in questo isolamento quintessenziale dell'arte dal mondo, l'unica discriminante possibile è quella economica. Il paradosso del cammino di affrancamento degli artisti è che li ha liberati dai committenti per renderli schiavi del mercato. Ed è forse proprio questa tragica, totale sottomissione al mercato a rendere il sistema dell'arte contemporanea una potente metafora del mondo di oggi. Una delle tante conseguenze di questa situazione è che il pubblico non avverte nessun diaframma (per esempio) tra la televisione e l'arte contemporanea, essendo tutto immerso in un unico continuum di ossessivo ed espropriante marketing. Un altro pericoloso frutto è il rapporto avvelenato tra il potere pubblico e l'arte di oggi. Lo Stato italiano, e specialmente gli enti locali, si sono dati ad un mecenatismo da far invidia a quello di Cosimo il Vecchio o di Urbano VIII, aprendo diecine di centri o musei d'arte contemporanea. Naturalmente l'assenza di un qualunque metro di qualità e l'ovvia incompetenza degli amministratori ha tradotto tutto questo in un gigantesco meccanismo clientelare che ha drenato notevoli quantità di denaro pubblico verso un mercato che non ne avrebbe avuto alcun bisogno. Oltre ai danni economici, questo fenomeno produce effetti tragicomici sul piano culturale. Non c'è cittadina tanto provinciale e diseredata da non voler dare il suo contributo al patinato mondo dell'arte contemporanea, e vale oggi per l'Italia ciò che Marc Fumaroli denunciava nella Francia nei primi anni Novanta, notando che i muri della Provenza erano coperti di manifesti con frasi tipo Le Conseil Régional dynamise les arts plastiques. A causa del disastro della politica culturale italiana, poi, i fondi pubblici destinati al contemporaneo vengono fatalmente sottratti alla conservazione dell'arte antica. Che la Regione Campania (la regione che ospita Pompei e il pericolante centro storico di Napoli) abbia gettato milioni di euro nella scatola vuota del Madre (frequentatissimo da Cattelan) è forse il simbolo più eloquente di questo perverso corto circuito. Ma l'azione dell'arte di oggi sull'arte del passato va ben oltre questa deprimente competizione economica. L'abitudine ad un'arte che non è più figurativa e non ha più una dimensione intellettuale (perché certo nulla ha di intellettuale l'enigmistica concettuale dominante) ha lentamente creato un modello di ricezione che non ci permette più di guardare a Giotto o a Caravaggio per quello che sono. L'arte è associata all'evasione e al disimpegno, ed è passata l'idea che non c'è niente da capire: il pubblico sa che non gli è richiesta nessuna preparazione, nessuna partecipazione profonda, nessun giudizio critico. E sa che non deve chiedersi se le cose che vede abbiano un senso o meno, né domandarsi perché gli piacciano (se gli piacciono). E questo è un enorme problema, perché senza uno sforzo intellettuale Giotto o Caravaggio restano muti: li forziamo continuamente in grandi mostre-evento, ma non riusciamo a comprenderli nel loro contesto storico e ambientale. Non permettiamo che entrino nella nostra vita interiore, non capiamo a cosa servono, e non riusciamo nemmeno a conservarli decentemente. L'arte figurativa è sempre stata uno straordinario ponte tra passato e futuro: oggi un'arte senza passato e senza futuro contribuisce al nostro sterile ripiegamento sul presente, assecondando le peggiori inclinazioni di questo tempo. Se questo 'addio' così mediatico servirà a far riflettere su tutto questo, non si potrà più dire che Cattelan non abbia dato il suo contributo alla storia dell'arte.
Cattelan e l'arte divorata. L'artista annuncia di volersi ritirare a vita privata: sarà vero o solo una strategia di marketing?
Maurizio Cattelan, famoso artista contemporaneo, ha dichiarato di voler abbandonare l'arte e ritirarsi a vita privata. Il suo discorso è stato interpretato come un segno del mercato dell'arte contemporanea, che ha reso Cattelan una delle figure più importanti del settore. Cattelan ha affermato che non può più tollerare il fatto che il prezzo delle sue opere sia diventato un certificato di qualità, e che questo processo ha reso l'arte contemporanea una forma di mercato privata e liberissima del singolo artista.
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