ROMA Andrea Carandini ,74 anni, è uno dei più prestigiosi archeologi italiani, in cattedra alla Sapienza di Roma. Nominato alla presidenza del Consiglio superiore dei Beni culturali dal ministro Sandro Bondi, nel febbraio del 2009, al posto del dimissionario Salvatore Settis, si è dimesso a sua volta lo scorso 14 marzo per l'«impossibilità» di tutelare il patrimonio culturale «stante la progressiva e massiccia diminuzione degli stanziamenti di bilancio». «Siamo passati da 102 milioni a 92, ma i soldi veramente spendibili sono all'incirca 60», aveva denunciato, osservando che si tratta di «cifre ridicole» una volta distribuite sulle 250 stazioni appaltanti del ministero. Una decisione sofferta ma irrevocabile, aveva spiegato alla Stampa: «Ma se aumentassero le risorse a 450 milioni di euro com'era fino a qualche tempo fa e rivedessero i tagli al personale, potrei ragionarci su». Sono le nove di sera, Andrea Carandini esce dal ministero dei Beni culturali con un'aria soddisfatta. Professore, ha ritirato le dimissioni? «Mi sono incontrato con il ministro Galan e gli ho esposto i molti problemi del ministero». Come è andato l'incontro? «C'è stata un'ampia condivisione e il ministro mi ha chiesto di scrivergli un appunto su quanto ci siamo detti». Ma alla fine le ha ritirate, professore, le dimissioni? «È stato un colloquio dialogante, approfondito su ogni singolo punto. Il ministro mi ha chiesto se ero disposto a ritirare le mie dimissioni e ho detto di sì, a condizione che vengano messe in pratica le cose che ci siamo dette». Ossia? «La prima cosa che gli ho detto è che, data la svolta avvenuta in queste ultime settimane, riconoscevo i mutamenti e quindi potevo dare la mia disponibilità a continuare. Gli ho detto che era molto importante che per la prima volta dopo molto tempo vi fosse un ministro impegnato solo come ministro dei Beni culturali, perché il ministero è molto variegato, complesso e ha comunque bisogno di una guida forte; e lui si è impegnato in questo senso». E poi? «E poi ho sottolineato la necessità di fare più riunioni e un lavoro di squadra, cosa che lui ha ritenuto giusta. Gli ho detto che sarebbe stata gradita la sua presenza alla prossima riunione del Consiglio superiore e lui mi ha detto che parteciperà senz'altro». Su quali cose avete discusso? «Per esempio, sulla necessità di conservare e difendere il Codice dei Beni culturali. Poi abbiamo parlato di come proteggere il paesaggio e favorire i piani paesistici. Mi ha assicurato che lo farà. Sono anche molto importanti i rapporti con le Regioni e con il ministero dell'Agricoltura, perché solo incentivando l'agricoltura tradizionale potremo salvare il nostro paesaggio». Che cosa bisognerebbe fare per il nostro patrimonio? «Mantenerlo in modo programmato e non casuale, con una metodologia già collaudata per esempio per monumenti medievali e moderni, che è senz'altro estendibile al patrimonio archeologico e naturalmente a Pompei, dove il ministro mi ha chiesto di accompagnarlo». E per quanto riguarda la valorizzazione? «Dev'essere culturale. In altre parole i nostri capolavori non devono essere spostati senza che ci sia un progetto culturale, perché non si tratta di scarpe ma di opere d'arte. Bisogna riuscire a coniugare l'aspetto culturale con quello economico. Abbiamo anche discusso del fatto che nei nostri musei sono necessarie didascalie multilingue, perché no, anche in cinese». Avete parlato anche di problemi economici? «Il ministero è in grado ogni anno di spendere circa 450 milioni, ma oggi ne ha soltanto 200. Quindi è fondamentale darsi da fare, per esempio presentare le domande europee dove ci sono moltissimi denari soprattutto per il Sud ed è importante integrarli». E per quanto riguarda le biglietterie dei musei? «I biglietti forse non sono abbastanza cari, e vi sono troppi musei gratuiti. Inoltre abbiamo parlato di come sia indispensabile snellire la burocrazia». E per quanto riguarda il fisco? «Si è parlato anche di agevolazioni fiscali per i privati, per incentivare il loro contributo. Senza queste agevolazioni è molto difficile coinvolgerli, come invece avviene in altri Paesi quali gli Stati Uniti o l'Inghilterra». Avete parlato anche di altre cose? «Sì, di inasprire le pene per gli scavi clandestini, che sono una piaga spaventosa. Pensare che per una cosa così grave nessuno è mai finito in galera». Quindi, professore, è soddisfatto del suo incontro con il nuovo ministro e convinto nel ritirare le sue dimissioni? «Sì, ne sono convinto e sono disposto a lavorare, come ho detto, a una condizione: che il programma di cui abbiamo parlato venga applicato».