Nel 1990 erano solo 5, a febbraio 2003 sono diventate 280, tra due anni saranno 480. Le gestioni autonome dei servizi culturali e turistici degli enti locali hanno conosciuto una rilevante crescita che, secondo le proiezioni, continuerà. Istituzioni, aziende speciali, fondazioni, associazioni, Spa sono sempre più presenti all'interno di musei, teatri, strutture sportive, parchi ambientali di proprietà di Comuni e Province. Un difficile, ma a volte proficuo, connubio tra mano pubblica e privata, anche se la prima continua a rimanere prevalente. Un quadro in evoluzione di cui si tracceranno i contorni nella tre giorni su "Le città della cultura", che si aprirà giovedì a Firenze. L'incontro che vede come promotori i principali organismi di rappresentanza degli enti locali (Anci, Upi, Federculture, Lega delle autonomie, Uncem, Conferenza dei presidenti delle Regioni e delle Province autonome) cade in un momento in cui le politiche culturali si trovano tra due fuochi: da una parte uno slancio innovativo, con aperture sempre più forti a soggetti diversi da quelli pubblici (ed è quanto si sta cercando di fare anche a livello nazionale), dall'altra, soprattutto in periferia, l'assottigliamento delle risorse a disposizione dell'arte e del tempo libero hi gemerale. Emblematico il caso di Venezia, dove il Comune ha dleciso di tagliare del 25, nel bilancio 2003, i fondi per la cultura. L'apertura all'esterno. Tra le forme di gestione autonoma a fare la parte del leone sono, secondo i dati elaborati dia Federculture, le istituzioni,- che rappresentano il 27 dei nuovi organismi. Seguono le società per azioni (18), le fondazioni, le aziende speciali e i consorzi (tutti al 13), per finire con le associazioni (11) e le società a responsabilità limitata (5). Le nuove iniziative non conoscono, però, una uniforme distribuzione sul territorio nazionale. Ad avere chiamato in causa soggetti esterni all'amministrazione sono stati soprattutto i Comuni e le Province del Nord e del Centro (rispettivamente il 46 e il 45 delle 280 gestioni autonome appartengono a quelle aree), mentre molto più attardato è il Sud (9). Il campo di attività dei nuovi soggetti è ampio. Ci sono i servizi culturali (che rappresentano il 25 degli interventi), lo spettacolo (18), la gestione di musei e biblioteche (rispettivamente 15 e 11), il settore sportivo e quello turistico (entrambi al 12), la custodia e la salvaguardia di parchi ambientali (7). L'incremento di forme di gestione autonome dei servizi legati al tempo libero consente di impiegare circa 5mila persone (con una media di 25-30 addetti per organismo), concentrati soprattutto nell'ambito esecutivo (il 47 degli impiegati) e tecnico (il 32). Oltre che sul versante occupazionale, si sono avuti riscontri positivi anche su quello dell'efficienza dei servizi affidati a gestioni esterne: negli ultimi tre anni il numero degli utenti e dei visitatori è, infatti, aumentato del 28 per cento. L'assetto. C'è ancora un preponderante intervento pubblico nella struttura delle gestioni autonome. La presenza diretta di Comuni e Province pesa, infatti, per il 70, mentre i privati contano solo il 4; il 26 del capitale è, infine, misto. Dato questo quadro, è chiaro che la totale autonomia finanziaria di tutte le forme di gestione è inesistente. In media, la vendita di servizi e le sponsorizzazioni (a queste ultime fa ricorso il 74 delle gestioni, ottenendo dagli sponsor una copertura delle spese pari al 7) assicura il 29,6 del fabbisogno, mentre il 70,4 proviene dal pubblico. Ci sono, però, situazioni differenti a seconda delle forme di gestione. Le società di capitali hanno margini di autonomia più ampia ("solo" il 63 delle risorse è garantito dalle amministrazioni locali), mentre le fondazioni sono più legate all'intervento pubblico (l'autonomia si riduce, infatti, al 18). In mezzo a questo delta ci sono le aziende speciali (con il 36 di autonomia), i consorzi (33) e le istituzioni (21).