Dopo quasi tre anni di lavoro e 858 milioni di dollari, il tempio dell'arte moderna ridisegnato dall'archittetto giapponese: sei piani di vetro e cemento, per capolavori che si rincorrono da una stanza all'altra Il primo giorno si potrà entrare gratis ma dopo il vernissage del 20 novembre - data che celebra il 75 anno dalla nascita - il suo biglietto sarà fra i più cari al mondo: 20 dollari per visitare una collezione di arte contemporanea mozzafiato. Anche il prezzo del ticket però è da capogiro per il nuovo Moma di New York, pronto a riaprire i suoi battenti in questo scorcio di autunno, terminata l'ospitalità del Queens durata circa tre anni. Il direttore Glenn Lowry si è affannato a smorzare sul nascere le polemiche affermando che l'offerta pareggia la spesa, anzi la bellezza è in fondo «sottopagata». Ma il biglietto così alto serve in realtà per coprire una spesa altrettanto stellare: 858 milioni di dollari è costato il new museum, firmato dall'architetto giapponese Yoshio Taniguchi. Un tempio poco spettacolare, molto razionalista e minimal, che «ruba» il suo spazio alla 53 street di Manhattan, tra la Quinta e la Sesta Avenue. «Datemi una cifra molto grande e io vi farò scomparire l'architettura»: così aveva sentenziato Tanigushi e così è stato. La struttura è un inno alla leggerezza e quel desiderio di trasparenza è già svelato fin dal giardino dove campeggiano le esili figurine «tra l'essere e il nulla» di Alberto Giacometti. I milioni di dollari stanziati non sono poca cosa se si pensa che il Guggenheim di Frank O'Gehry è stato bocciato per mancanza di fondi (quello di Lloyd Wright invece sarà oggetto di un restauro che interesserà soprattutto la facciata spiraliforme, attualmente piena di crepe) e che gli Stati uniti hanno lanciato un appello «economico» ai mecenati per poter allestire il proprio padiglione alla prossima Biennale di arti visive di Venezia. La raccolta d'arte del Moma - circa 130mila tra dipinti, stampe, fotografie, disegni, sculture e oggetti di design, 14mila i film - ha imposto un allargamento drastico che si è trasformato in un vero e proprio raddoppio della superficie espositiva e dei servizi (58mila i metri quadrati a disposizione oggi). D'altronde, la vecchia sede era nata per esigenze di educazione didattica e per favorire la ricerca, mentre assai esigua importanza si concedeva in passato alla parte più viva di un museo, e cioè quella relativa alle mostre temporanee. Adesso il problema sembra risolto una volta per tutte e molte opere che giacevano - invisibili - nei depositi potranno uscire allo scoperto. E qui, nella passeggiata intorno ai mostri sacri dell'arte contemporanea (dalle Ninfee di Monet fino alle Demoiselles d'Avignon di Picasso passando per Cézanne, Van Gogh, Signac, Matisse, Mondrian e, con un salto cronologico, a Pollock, Barnett Newman, Donald Judd e tutti i Pop), risiede l'altra novità promessa dal «lifting» del museo guidato da Glenn Lowry. Non una carrellata in ordine di tempo delle evoluzioni dell'arte ma una visione in soggettiva che non racconta più una storia per sequenze ma «monta» un film d'autore. Sarà il visitatore a scegliersi il percorso in un ventaglio di proposte differenti: un tuffo nel passato prossimo tra le braccia di Jasper Johns, un'immersione nel consumismo gustando una intera parete di Campbell's Soup reinventate da Warhol o un viaggio nel futuro con le ultime acquisizioni, dalla regina della bad painting Elisabeth Peyton, alla scrittrice e fotografa african-american Lorna Simpson o allo sterco di elefante, elemento decorativo che Chris Ofili ha dedicato alle icone della Madonna. La rivoluzione è nella disposizione delle opere. Non si tratta di una rivoluzione «copernicana» come alla Tate Modern di Londra dove si sono allestite stanze a tema ma comunque l'itinerario può risultare assai spiazzante: più accessibili sono i «modernissimi», ai piani alti invece si troveranno i pionieri delle avanguardie e i pezzi più antichi, fino ad arrivare a ritroso al XIX secolo. «Per Picasso, gli spettatori sono disposti a salire le scale, per gli emergenti invece è più difficile...» assicurano dagli uffici della direzione del Moma. E uno staff che prevede 900 persone al lavoro giorno dopo giorno lascia intuire una struttura in movimento, con rotazioni di lavori e continue metamorfosi lungo tutte e sei le gallerie. A testimonianza che il vero evento è racchiuso nella collezione stessa del Moma, la riapertura del museo si affida a una rosa di mostre non particolarmente emozionanti. Il terzo piano sarà dedicato all'architetto della rinascita, Yoshio Taniguchi e ai suoi nove musei ridisegnati negli ultimi venticinque anni mentre una seconda esposizione interessa le acquisizioni più recenti. Se proprio si vuole pescare nell'offerta, si trova Mark Dion con il suo Projects 82 . Quando nell'ottobre del 2000 il Museo d'arte moderna convertì il The Abby Aldrich Rockefeller Sculpure Garden in un'area per la costruzione del nuovo edificio, venne chiesto all'americano Dion (classe 1961) di compiere una serie di scavi archeologici sul luogo. Attraverso quella «performance» l'artista mise in salvo un gran numero di reperti storici, pezzi di pavimentazione, calchi, muri. Tutto questo è stato integrato nel nuovo Moma, anche con foto e specifici disegni, a rappresentare le sue radici e i tempi della sua fondazione come fosse un laboratorio funzionale, un link di collegamento tra passato e presente.
MUSEI D'AUTORE La sostenibile leggerezza del nuovo Moma
Il Museo d'Arte Moderna di New York, noto come Moma, è stato riaperto dopo tre anni di chiusura. Il nuovo edificio, progettato dall'architetto giapponese Yoshio Taniguchi, è costato 858 milioni di dollari. La struttura è caratterizzata da sei piani di vetro e cemento e ospita una collezione di arte contemporanea di circa 130.000 opere. Il biglietto d'ingresso al museo sarà di 20 dollari, il più caro al mondo. La collezione del Moma è stata ampliata e ristrutturata per offrire una visione più soggettiva e personalizzata ai visitatori. Le opere sono disposte in modo non cronologico, con le opere più moderne vicine alle opere più antiche.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo