Pensiamo ad esempio agli Uffizi, imbrattati di quel "giallone" che fra Ottocento e buona parte del primo Novecento ha ottuso molte facciate nella città l riordinamento dei dipinti medioevali della Galleria dellAccademia (La Repubblica-Firenze, 23 marzo 2001, p.IX) che verrà presentato il prossimo 2 aprile, porta a fare qualche riflessione sulluso del colore: dalle sistemazioni museografiche degli interni di gallerie e musei, al restauro di architetture storiche. Verso la metà del '900, lallora Ministero della Pubblica Istruzione con la Direzione Antichità e Belle Arti (da cui è generato nel 75 il Ministero per i Beni Culturali) sentì la necessità di emanare raccomandazioni ufficiali per luso di «tinte chiare» per pareti e soffitti dei musei, molti dei quali si andavano ristrutturando. A fronte di queste disposizioni istituzionali e burocratiche, però, figure come Cesare Brandi, fondatore dellIstituto Centrale del Restauro, e come Giulio Carlo Argan, approfondivano largomento concludendo che è impossibile parlare di neutralità del colore. Argan arrivava a dire che un grigio neutro può essere più offensivo di una tinta accesa, verso i colori di un quadro, così come, per lui, una luce neutra è solo una luce scialba. E Roberto Longhi nel 52, alla prima riapertura degli Uffizi dopo la guerra, di fronte alle pareti scialbate, a quei muri pallidi (prima della guerra rivestiti da tessuti), inorridito, deprecava quella «desolata mediocrità da cui lopera non sembra desiderare che levasione» e invocava il ritorno di «una certa retorica, purché sia di quella fine e di buon gusto». Tutto ciò per comprendere che lapplicazione del colore allinterno del museo, è operazione difficile e delicata, arbitraria e rischiosa se non si fonda su motivazioni circostanziate. Con il restauro di interni emblematici, come è avvenuto negli ultimi anni agli Uffizi, nei Corridoi della Galleria, la sala della Niobe e la grande scala con il Vestibolo lorenesi, si è ampliato il significato del restauro conservativo che vuole la conservazione dellimmagine di un manufatto così come ci è pervenuta. Il concetto sotteso a questi interventi è il ritrovamento quando possibile - altrimenti il ripristino della cromìa che il contesto architettonico, giunto sino a noi, presentava in origine; nei corridoi cinquecenteschi abbiamo recuperato e, parzialmente, integrato lantico e coevo intonaco bianco a calce lisciato a mestola, nella sala della Niobe e nel Vestibolo si è riproposto, in modo filologico, cioè con uno studio critico e comparativo dei dati archivistici e materici, il colore verde "lorena" che faceva risplendere di luce quegli spazi di matrice illuminista ed europea. Quello stesso verde che individua oggi, correttamente, il padiglioncino del Kafehouse nel Giardino di Boboli; la tinteggiatura coerente con la piccola architettura settecentesca era stata sostituita dal colore aranciato sabaudo che ne travisava forme e significati. Nei restauri degli esterni, di grande valore ed efficacia furono, a Firenze negli anni dopo lalluvione, gli interventi della Soprintendenza ai Monumenti, come allora si chiamava. Pensiamo solo agli Uffizi, imbrattati di quel «giallone» che fra 'Otto e 'Novecento e per buona parte del primo 'Novecento ha ottuso molte facciate nella città. Alle facciate di Vasari si volle restituire allora il valore fondamentale della bicromia, pietra serena - calce dellintonaco, che larchitetto aretino deriva da Brunelleschi e che caratterizza molta parte delledilizia storica fiorentina; diversamente dalla recente ridipintura gialla del Corridoio vasariano nel tratto su Ponte Vecchio, dove invece si avrebbe dovuto distinguere fra ledilizia "minore" delle casette degli orafi cui si addicono coloriture vivaci, e larchitettura aulica e nobile del Corridoio che gli passa sopra. Si assiste invero, negli ultimi anni, ad una tendenza a cancellare anche quanto di positivo ci avevano lasciato i restauri del secondo 'Novecento; forse perché solo visti come il frutto di un generico ed astratto atteggiamento purista. Tanto per fare qualche esempio, oltre al Corrridoio vasariano, abbiamo oggi perso i valori delle cromie originali di Forte Belvedere, del Granaio di Cosimo III al Cestello, del palazzo delle Missioni al ponte a Santa Trinita. Mentre, allopposto, nel recente restauro, abbiamo tentato con operazione filologica di recuperare il vero volto della Casa di Galileo, restituendole il bianco che puntualizza le ville di campagna descritte in tanta pittura del Seicento. Questo per dire, in generale, quanto gli interventi sul colore siano niente affatto di trascurabile impatto, scelta ed operazione critica, difficile e delicata invece, perché hanno, in conclusione, responsabilità educativa e civile. Lautore è direttore del Dipartimento architettura e allestimenti museografici degli Uffizi